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La società della stanchezza: imprenditori di noi stessi o semplicemente distratti?

Se vi dicessi che ognuno di noi è l’imprenditore di se stesso, convinto di scegliere liberamente ma in realtà impegnato in un continuo autosfruttamento?

Non sono parole mie, ma di Byung-Chul Han, filosofo e sociologo sudcoreano che si occupa di teoria della cultura. Nel suo libro La società della stanchezza, pubblicato nel 2010, affronta temi che, negli ultimi anni, si sono fatti sempre più radicati nella nostra società.

Secondo Han, la nostra non è più una società che opprime attraverso divieti e proibizioni, il classico “non devi”, ma una società che spinge attraverso richieste continue: devi fare, devi riuscire, devi migliorarti. Questa pressione, però, non arriva dall’esterno, ma nasce dall’interno. Ognuno di noi costruisce inconsapevolmente una forma di auto-oppressione alimentata dall’eccesso di possibilità che ci circonda.

Viviamo immersi in troppe opportunità e stimolazioni, in uno scenario in cui è la stanchezza a dominare. Non si tratta di una stanchezza fisica, ma mentale, che colpisce l’attenzione, la motivazione e la capacità di concentrarsi. Se in passato esistevano regole, autorità e limiti chiari, oggi, per il filosofo sudcoreano, siamo “liberi”, motivati e costantemente chiamati a dare il massimo.

Questo meccanismo ci impedisce di sentirci abbastanza e ci spinge a performare senza sosta, esigendo sempre di più da noi stessi, fino a diventare veri e propri imprenditori di noi stessi.

Non a caso, secondo Han, le patologie tipiche del nostro tempo non sono più la repressione o l’obbedienza forzata, ma il burnout, la depressione, l’ansia e l’ADHD. Non siamo diventati più deboli: siamo semplicemente sottoposti a una sollecitazione continua alla prestazione.

Questo ventaglio incessante di possibilità e stimoli, oltre a generare stanchezza, spesso ci paralizza di fronte alla scelta. La paura di fallire aumenta: più opzioni abbiamo, più diventa difficile scegliere. Più opportunità si presentano, più sentiamo il bisogno di dimostrare di essere all’altezza.

La difficoltà di concentrazione, oggi, è molto più diffusa di quanto sembri ed è una conseguenza diretta di questo meccanismo. Non si tratta di un difetto individuale, ma del risultato di stimoli continui, multitasking forzato e della pressione a essere sempre reperibili e produttivi. La concentrazione richiede lentezza, silenzio e la possibilità di annoiarsi. Nella società della prestazione – o meglio, della stanchezza – ogni pausa sembra tempo perso e ogni istante deve essere produttivo.

Viviamo in una società che ci spinge costantemente a fare di più. E in questo eccesso di stimoli e richieste, la concentrazione è una delle prime cose che perdiamo.

In un mondo che corre, imparare a rallentare, forse, potrebbe aiutarci a fare la differenza.

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