We too? Femminismo, abusi sessuali e potere di genere

We too? Femminismo, abusi sessuali e potere di genere
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Nella data emblematica dell’8 marzo, presso un’Aula Partenone gremita e attenta, ha avuto luogo il seminario We too? Femminismo, abuso sessuale e potere di genere in cui Caterina Romeo, docente di Studi di genere alla Sapienza e Cristina Lombardi-Diop, della Loyola University of Chicago, hanno svolto un’approfondita analisi del neonato movimento di denuncia degli abusi sessuali, delle sue implicazioni per il femminismo internazionale e delle sue differenti declinazioni.

Nell’Ottobre 2017 le denunce di numerose attrici al produttore cinematografico Harvey Weinstein scuotono l’opinione pubblica e portano alla nascita del movimento #metoo: i media accendono i riflettori sulle molestie di Hollywood, dando visibilità al diffuso fenomeno dell’abuso sul luogo di lavoro. Inizia così una vera e propria catena di solidarietà sui social, in particolare Twitter, dove attraverso l’hastag #metoo anche le donne comuni si sentono legittimate a raccontare le proprie esperienze.

L’impatto è esplosivo, come un effetto domino la rete si spande in tutto il mondo: dalla Spagna alla Francia, dalla Norvegia al Regno Unito, sino ad arrivare in Africa e nel mondo arabo, le donne prendono coraggio e denunciano la moltitudine di abusi che negli anni sono state costrette a subire, generazione dopo generazione – come in Kenya, dove emerge la consuetudine dei medici di violentare le partorienti – in quello che si configura come un grande movimento globale di inclusione.

La mobilitazione è stata ampia ma c’è ancora molto da fare, soprattutto in Paesi come quelli arabi in cui denuncia solo 1/3 delle donne. La maggioranza delle aderenti al movimento sono infatti occidentali, emancipate e borghesi.

Proprio questo è uno dei punti centrali del problema: l’intersezionalità della violenza. L’abuso cioè non dipende solo dal genere della vittima, ma anche da fattori concomitanti come quelli economici e culturali, oltre che dalle posizioni di potere ricoperte dagli uomini che lo commettono rispetto alle donne che gli sono subordinate.  Ma la posizione sociale non influisce solo sulla possibilità di diventare vittime, ma anche sulla legittimità del proprio racconto e sul supporto sociale che si riceve: non è automatico l’essere credute. Anzi, al contrario, spesso si assiste, soprattutto sui social, a fenomeni di blaming, di colpevolizzazione della vittima.

Sul problema del potere, che porta poi all’abuso, le donne si interrogano sin dagli anni ’70, quando iniziano a rendersi conto che il teatro delle molestie è quasi sempre il luogo di lavoro. “L’Abuso – scriveranno – è un’allegoria della produzione del potere all’interno dei rapporti di genere in quanto ne ristabilisce le gerarchie. Attraverso l’abuso si ristabilisce la norma, si ristabiliscono i ruoli”. In particolare l’anarchico-socialista Emma Goldman sottolineerà come un uomo è solo un corpo che lavora, una donna è un corpo sempre sessualizzato che lavora. Il corpo femminile non è mai neutro, ma intriso di aspettative e desideri. In una società che sistematicamente funziona in questo modo, non c’è da stupirsi che l’abuso venga considerato quasi come una necessità naturale da sopportare, se si vuole fare carriera. Basti pensare ai commenti fatti ai danni delle attici colpevoli di aver denunciato Weinstein solo a distanza di anni “potevano rifiutarsi, invece hanno preferito fare carriera”. Come se sia scontato che una donna, per ricoprire una posizione di prestigio nel mondo del lavoro, debba dare qualcosa in cambio.

Gli abusi sessuali sono una scoperta, anzi una conquista, recente. E’ solo nel 1975 che in un collettivo di autocoscienza femminista statunitense si usa per la prima volta il termine violenza sessuale. Basti pensare che in Italia solo dal 1996 l’abuso sessuale viene considerato un reato contro la persona, prima rientrava nel corpus dei crimini contro la moralità pubblica, era cioè visto più come un’offesa al buoncostume che non al corpo delle donne. La società sta cambiando, ma certe mentalità sono dure a morire. Forse anche per questo l’Italia è uno dei Paesi europei in cui vengono denunciate alle autorità meno violenze, nonostante nel 2017 si sia attestata al 50° posto della classifica per la disparità di genere nel mondo.

L’abuso sessuale è un fenomeno strutturato e sistemico. Tuttavia cultura e istituzioni invece di riflettere su come smantellare il sistema, si interrogano sul ruolo della vittima. Sono troppe le zone ancora grigie. Per questo il femminismo, movimenti come #metoo o la nostra declinazione nazionale #nonunadimeno hanno un ruolo fondamentale. Non solo per le donne, ma anche per gli uomini, vittime di modelli di mascolinità troppo granitici, a cui devono dimostrare di aderire perfettamente per non deludere le aspettative. Occorre sensibilizzare l’opinione pubblica, decostruire gli schemi sociali, modificare le norme, che lasciano maglie ancora troppo larghe, e rafforzare le istituzioni, per far sì che le donne si sentano sicure nel denunciare. Senza restare troppo spesso, troppo a lungo, inascoltate.

Ludovica Marafini

Intervista a cura di Marika Dioguardi

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