“War is Over”: il documentario che destruttura lo storytelling tradizionale

“War is Over”: il documentario che destruttura lo storytelling tradizionale

War is Over: la frase emblema di John Lennon che negli anni ’70 aveva usato per manifestare il suo dissenso contro la guerra. Tuttavia, questa volta la guerra su cui si vuole richiamare l’attenzione non è quella vietnamita, ma quella curda in Iraq.

Infatti, War is Over è il titolo del nuovo documentario del regista Stefano Obino – nato da una collaborazione con Tania Masi – presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma per la sezione Alice nella città.

Grazie alla collaborazione con l’ONG Aispo (Associazione Italiana per la Solidarietà tra i popoli) – che si occupa di costruire strutture sanitarie sul territorio curdo e di formare personale sanitario tra la popolazione – «è stato possibile addentrarsi e vivere luoghi e strutture, che altrimenti sarebbero state inaccessibili» afferma il regista Obino.

Un documentario indubbiamente rivoluzionario: sin dalle prime scene, infatti, si può avvertire una destrutturazione dello storytelling tradizionale, tipico dei docufilm. Lo stesso Obino afferma di aver voluto scardinare tutti i cliché tipici dei film che raccontano una guerra. «Non ci sono musiche drammatiche», poiché l’intento è stato quello di «creare una realtà virtuale cinematografica» nella quale lo spettatore possa immergersi senza andare incontro ai luoghi comuni della narrazione mediatica.

Nella prima scena un totale buio della sala avvolge lo spettatore, sovrastato dai rimbombi degli spari e delle urla tremanti di paura. Un incipit che fa esplodere internamente emozioni forti e contrastanti di rabbia e tristezza, ma anche tanta profonda malinconia.

Una vera e propria cornice narrativa che non ha l’intento di presagire ciò che avverrà nelle scene successive, ma che invece inaspettatamente assume la funzione di promemoria. Infatti, l’intento del regista non è quello di raccontare il dramma di una guerra di cui abbiamo soltanto sentito parlare, ma cogliere, narrare per poi trasmettere l’energia vitale della rinascita di una guerra finita, almeno in parte.

Dunque quegli spari sembrano voler quasi soltanto richiamare l’attenzione su quel terrore. Un terrore che verrà poi addolcito, ma non dimenticato, nelle scene successive.

Cade il silenzio e dal buio emerge la scritta WAR IS OVER. Sventola la bandiera del Kurdistan iracheno a ritmo di vento, tra le tende del campo profughi. Tra le vie impolverate i bambini giocano e ridono. Il campo è ormai diventato una città: c’è la moschea, la scuola, il barbiere, la pizzeria, il bar dove vedere e tifare la propria squadra e perfino il campo da pallavolo e calcio.

Così, fin dalle prime scene ci immergiamo letteralmente in quel mondo che ci appare estraneo e lontano da noi ma che, attraverso le immagini e i suoni, possiamo toccare con mano, tanto da pensare di viverlo.

La voce di una donna ci accompagna attraverso alcune scene. Nonostante a volte le sue parole cariche di verità e consapevolezza contrastino le immagini che vediamo, il suo intervento è essenziale per rendere chiaro quel qualcosa in cui sarebbe difficile immedesimarsi.

«A volte la morte è una grazia per gli esseri umani» dice la donna mentre camminiamo tra le vie del campo. In quelle parole non si percepisce il dramma, ma la consapevolezza.

La guerra in Kurdistan si è perpetuata per molti anni, quasi tutto il XX secolo è stato vissuto sotto arabizzazioni e genocidi da parte dell’Iraq. Soltanto nel 2003 l’Iraq ha riconosciuto l’indipendenza kurda, ma questo comunque non ha portato alla fine ai conflitti.

Attualmente circa 1,6 milioni della popolazione si trova in estrema povertà e più della metà dei profughi ha meno di 18 anni. I 50enni sopravvissuti portano con sé il ricordo e il terrore di 28 anni di guerra. Il conflitto durissimo con l’Isis non è finito come si ipotizza, ma la guerra continua ancora. La guerra non è finita.

Questo fa capire come il vissuto storico e quello presente siano in contrasto. Tuttavia, è proprio questo ossimoro a catturare l’attenzione dello spettatore.

Tra i 40 campi profughi del Kurdistan iracheno «c’era un’energia di resilienza» che da frutto alla volontà di rinascita. Una realtà inaspettata che aveva il diritto di essere raccontata. «Restituire dignità a quei popoli» è stato l’obiettivo di questo racconto. Documentare l’euforia irrazionale, attraverso la “ricostruzione” degli scorci e dei piccoli momenti di vita quotidiana, è ciò che deve far porre la domanda «Cosa faresti se fossi lì?».

      Intervista a Stefano Obino

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Sono una studentessa della laura magistrale di Media, Comunicazione digitale e Giornalismo del dipartimento Coris. Il mio unico imperativo categorico è la verità per questo mi sono avvicinata al mondo del giornalismo, che vorrei fare diventare il mio mestiere.

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