“TIK TALK”: Pablo Rojas racconta i talk ai tempi dei social

“TIK TALK”: Pablo Rojas racconta i talk ai tempi dei social
      Intervista a Pablo Rojas (1)

“TIK TALK” è il titolo della lectio svolta da Pablo Rojas venerdì 8 novembre presso il Dipartimento di “Comunicazione e ricerca sociale”. Lo slogan così attuale rimanda ,in modo ironico, al social media più gettonato dai teenager del momento, “TIK TOK”, che permette di sbizzarrirsi creando piccoli video parodici di ogni genere con diverse musiche di accompagnamento. Ed è su questi nuovi meccanismi divulgativi, sulla funzione comunicativa primaria svolta dai social odierni ma soprattutto sui talk show e su come essi siano cambiati fino ad oggi che si è incentrato l’intervento del giornalista ed autore RAI. L’esperto è stato introdotto dalla prof.ssa Mihaela Gavrila, titolare della cattedra di Teorie e tecniche della Televisione.

Il giornalista ha esordito collegando fin da subito il suo discorso al titolo della conferenza e, nello specifico, si è soffermato sul video della parlamentare  Giorgia Meloni che sta facendo il giro del web in questi ultimi giorni, remixato proprio attraverso “Tik Tok” e altre piattaforme online. “Mi sto interrogando su quanto questo tipo di canale di comunicazione condizioni il consenso politico rispetto a un talk tradizionale”, ha afferma Rojas, e ha aggiunto a riguardo che “i risultati che la Meloni sta ottenendo pubblicamente bucano lo schermo”.

Ma come si sta evolvendo la comunicazione politica? Sicuramente questo tipo di prodotto audiovisivo condiziona la riconoscibilità del personaggio, ma “il fatto di essere riconoscibili o visibili non implica obbligatoriamente stima o consenso da parte del pubblico”, sostiene l’autore Rai.

Ad ogni modo non c’è una risposta a questa domanda; non c’è dubbio sul continuo rimbalzo creatosi tra il mondo della televisione e quello dei social. Salvini ha quasi 4 milioni di follower su Facebook, dunque “ci chiediamo se i politici fanno politica per andare in televisione oppure vanno in televisione per accrescere il loro posizionamento in politica[…]. Io comincio a sospettare che molti fanno politica per andare in televisione e attraverso la televisione poi i loro social,che sono la loro vetrina,hanno più peso replicando gli spezzoni che sono andati in onda”.

Successivamente, tramite la visione di piccoli filmati, egli si è soffermato sul talk show,sulle origini di questo format, e sulla semplicità organizzativa e scenica che caratterizza “Bontà loro”, il primo talk show di Maurizio Costanzo andato in onda nel  1976, rispetto ai talk show odierni come “Agorà”, il programma di cui si occupa Rojas.

“Noi di Agorà abbiamo 12 ospiti ogni giorno”, ha spiegato. Quello di chiamare gli ospiti è il cuore del mestiere di chi fa un talk show,perché,essendo questo format basato sulla parola, se non ci fossero persone che raccontano le proprie storie e\o opinioni il talk show non esisterebbe. Tuttavia, avere continuamente ospiti significa avere dei contatti personali con gli uffici stampa dei politici, significa leggere tanti quotidiani nazionali e locali ed essere continuamente informati.

Certo è che le agenzie di stampa sono fondamentali per un redattore poichè, anche se i social sono diventati i loro competitor principali, “le agenzie di stampa restano la fonte più autorevole dalla quale estrapolare una notizia e da cui partire per capire qual è l’ospite più interessante da avere il giorno successivo nel programma”.

Ma chi invitare? Come convincerlo? Chi normalmente dice subito di sì? “Ci sono politici  – ha affermato Rojas – che, raggiunto un certo livello di autorità, è più complicato invitare in una trasmissione, e spesso per convincerli bisogna offrire loro un’intervista “One to one”; viceversa, ci sono politici più semplici che spesso insistono per essere ospitati: sta al redattore capire quali di questi deputati siano più adatti ad un racconto televisivo, quali abbiano una dialettica più efficace o un volto più adatto ai criteri televisivi”.

Il giornalista poi ha messo gli studenti al corrente di una fenomeno in crescita negli ultimi anni: quello della perdita di autonomia autoriale delle trasmissioni politiche, causata dalle maggiori pretese decisionali avanzate da parte degli uffici stampa dei partiti:questi hanno preso coscienza del fatto che il consenso, che viene costruito anche attraverso i talk show, è sensibile al tipo di persone che vanno in tv a rappresentare il proprio partito. Al contrario, prima c’era una maggiore libertà tanto che molti personaggi politici sono nati proprio grazie a singole trasmissioni televisive, come il caso di Renata Polverini  con “Ballarò”. Ma è chiaro che non si può neanche biasimare chi ha in mano la comunicazione del partito, perché ha la facoltà di decidere ciò che vuole.

Ad ogni modo,oltre ai politici che costituiscono la categoria centrale di un talk moderno, il format ospita anche i giornalisti, la cui presenza è aumentata notevolmente negli ultimi dieci anni, i docenti universitari ed altre personalità “condizionanti” per la redazione  di un programma, come per esempio l’autore di un libro o il capo di un’associazione: presenze che risultano “appetibili ” come ospiti per un talk  show in quanto possono dare un contributo a livello informativo e comunicativo.

“Per attrarre il pubblico bisogna far vedere che c’è un dibattito animato o addirittura una rissa verbale”, ha affermato Rojas. A dimostrazione di ciò ha successivamente mostrato un estratto di Gianfranco Funari nella sua trasmissione mentre cerca di incitare al contraddittorio, consapevole del fatto che le trasmissioni concorrenti avessero mandato in onda la pubblicità: “Il momento in cui lo spettatore cambia canale durante la pubblicità, per un talk show, rappresenta la massima occasione per invogliare il pubblico a restare sul proprio programma”. E’ proprio questo l’elemento scintillante per un programma di questo tipo: il contraddittorio, il contrasto di opinioni, che ultimamente si è trasformato in rissa, una rissa che sembra quasi essere cercata, finchè non si è esagerati, con Sgarbi in prima linea, ma che tuttavia rimane un elemento centrale. Per questo quando un politico viene invitato da una trasmissione spesso richiede di essere intervistato senza opposizioni: a quel punto la redazione cerca un compromesso come quello di invitare dei giornalisti appartenenti a fazioni politiche opposte piuttosto che invitare l’antagonista stesso dell’ospite. Spesso, però, si assiste ad interviste molto più semplici del dovuto poiché la redazione,con un ospite di un certo livello,accetta di fare interviste “one to one”, evitando quindi di creare opposizioni verbali durante lo show.

Si è passati poi ad analizzare i ruoli presenti in un talk: in primis il redattore e l’autore,figure simili che si occupano della creazione editoriale e contenutistica della trasmissione;in secundis troviamo il produttore,non meno importante ,che , con i suoi assistenti,  si occupa dell’ambito produttivo,logistico ed economico,fa una stima dei budget ,si interessa della parte amministrativa e pratica;infine, abbiamo l’inviato ,il mestiere più profondamente affascinante e giornalistico,che opera con una troupe di mezzi ad alta definizione con cui va a girare:egli è responsabile anche del montaggio,della musica di accompagnamento e di tutta la parte creativa del programma,che è fondamentale per il racconto di un fatto.
Nella parte finale del suo discorso, Rojas ha illustrato un tabella standard dei dati di ascolto e dei parametri fondamentali per un Talk, sull’esempio di una tipica impaginata del sistema generico di Auditel. Tra i dati elencati, l’esperto si è soffermato sui più rilevanti: il numero di puntate prese in considerazione, la media degli spettatori in base alla fascia oraria in cui va in onda il programma, l’universo di pubblico che si prende in considerazione. Emerge, inoltre , l’importanza fondamentale che hanno per un programma i dati della permanenza degli spettatori (su quel determinato talk) e soprattutto dell’età media di chi lo segue.

“Nel ’94 – ha dichiarato l’autore Rai – quando Berlusconi è sceso in campo , erano le televisioni in toto a condizionare il pubblico e tanti conduttori erano esplicitamente schierati con lui ,il quale addirittura parlava in prima persona plurale quando chiese in tv l’esito delle elezioni del 94, che poi vinse [….]. Oggi invece,i  social riescono veramente a condizionare il consenso politico:probabilmente chi li usa nel modo più efficace riesce ad ottenere più voti e non c’è dubbio su chi lo stia facendo meglio e su chi,invece, sia rimasto indietro”.

 

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