“The future of newspaper”: a Torino si discute sul futuro della stampa

“The future of newspaper”: a Torino si discute sul futuro della stampa

Si è svolta il 21 giugno a Torino una conferenza internazionale per i 150 anni del quotidiano “La Stampa”, dal titolo “the future of newspaper”: la tematica, ovviamente, è stata il futuro della stampa in un’epoca sempre più digitale. Per celebrare il 150 anniversario di “La Stampa” sono stati invitati illustri giornalisti, editori e dirigenti provenienti da tutto il mondo, per fare il punto della situazione sul mondo dei media e discutere sul futuro della carta stampata in 4 panel.

Maurizio Molinari, direttore di “La Stampa”, ha dato il via alla conferenza, illustrando la sempre più pressante crisi che sta travolgendo il mondo dell’editoria, soprattutto per quanto riguarda la carta stampata. Infatti le copie vendute in edicola e la pubblicità sono diminuite notevolmente, e non sono state rimpiazzate del tutto dalle copie digitali. I lettori, tuttavia, esistono e per questo motivo l’editoria è chiamata alla sfida di tenerli sempre informati. Ma secondo Molteni, in un mondo che muta velocemente occorre “un nuovo modello di business e i lettori devono accettare nuovi modelli di pagamento”. Di conseguenza i quotidiani devono essere sempre più affidabili ed essere capaci continuamente di reinventarsi.

Al primo panel hanno partecipato Lionel Barber del Financial Times, Bobby Ghosh dell’Hindustan Times, Lydia Polgreen di Huffington Post e Ascanio Seleme di O Globo, sotto la guida di John Micklethwait, direttore di Bloomberg News. Si è discusso dell’evoluzione del mondo editoriale, in particolare delle opportunità e rischi dei social network; spazio anche alle fake news, tema portante al giorno d’oggi.

Successivamente Zanny Minton Beddoes, Robert Allbritton (Politico), Louis Dreyfus (Le Monde), Gary Liu (South China Morning Post), Mark Thompson (NY Times hanno discusso sui rapporti tra digitale ed editoria. È risaputo infatti che il digitale stia erodendo i ricavi editoriali, perciò occorre i deare un modello di business per il digitale (ad esempio l’abbonamento) per far fronte alle difficoltà dell’editoria ed eventualmente espandere i propri confini anche oltre il territorio nazionale, con un pubblico sempre più esigente. Per Liu, infatti, è “fondamentale creare un brand e un’audience, che è la cosa più difficile in un mondo disintermediato dai social network, che sta rompendo o ha già rotto il legame tra testata e lettore”.

A proposito di digitale, notevole attenzione è stata dedicata anche al rapporto tra i gruppi editoriali e Google e Facebook. Sono intervenuti a tal proposito il direttore di Repubblica (Mario Calabresi) , Tsuneo Kita (presidente Nikkei), Jessica Lessin (direttrice di The Information), Julian Reichelt (direttore di Bild digital), Andrew Ross Sorkin (editorialista del NYT) e Robert Thompson, ceo di NewsCorp. Le loro opinioni sono spesso divergenti, a metà tra la guerra ai due colossi del web e l’integrazione con gli stessi.

A concludere la conferenza il faccia a faccia tra John Elkann e Jeff Bezos, il primo editore di “La Stampa”, il secondo proprietario di Washington Post, i quali hanno discusso di utenti e pubblicità. Infine, le conclusioni dell’ingegnere Carlo De Benedetti, che si è così espresso: “Una società democratica non può fare a meno dell’informazione professionale. […] Noi editori ci siamo resi conto che non dà risultati andare alla guerra contro Google e soci, che pure usano i nostri contenuti senza retribuirci. Hanno mezzi e risorse per respingerci. Noi chiediamo solo di poter fare il nostro mestiere. Non siamo più i soli a raccogliere, elaborare e fornire informazioni, a connettere persone e istituzioni, a lubrificare l’economia e i commerci con la pubblicità. Dobbiamo ridefinire qual è in questo nuovo contesto il ruolo degli imprenditori dell’informazione. Dobbiamo creare prodotti informativi non replicabili, perché nel mondo digitale c’è la legge del good enough, di un’abbondanza di prodotti buoni abbastanza. Dobbiamo concentrarci sull’informazione che fa la differenza”.

Maria Rita Zedda

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