Roma disfatta. Perché la capitale non è più una città e cosa fare per ridarle una dimensione pubblica

Roma disfatta. Perché la capitale non è più una città e cosa fare per ridarle una dimensione pubblica

Roma è una città a pezzi. Se non nella realtà dei fatti, certo nella rappresentazione di sé”. Sono lapidarie le prime due righe del prologo al libro “Roma disfatta. Perché la capitale non è più una città e cosa fare per ridarle una dimensione pubblica” di Vezio De Lucia – un’autorità tra gli urbanisti – e Francesco Erbani, caposervizio cultura del quotidiano La Repubblica. «La Roma delle Mura Aureliane e delle prime cinture periferiche ignora cosa ci sia intorno al Grande raccordo anulare. E viceversa» affermano gli autori durante il dibattito tenutosi giovedì 4 maggio nell’Aula 43 della Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale della Sapienza, in occasione della presentazione del libro.

Il testo, edito da Castelvecchi e sviluppato sotto forma di dialogo tra l’urbanista ed il giornalista, ci restituisce una lucida radiografia della capitale e delle sue mille contraddizioni.

Roma si è allargata a dismisura nonostante i suoi abitanti siano rimasti sempre lo stesso numero. Ci sono edifici ben superiori alle necessità dei suoi 2.800.000 abitanti, con migliaia di palazzi e appartamenti vuoti, inutilizzati (basti pensare che la città è grande quasi il doppio di New York, che però ha circa nove milioni di abitanti). L’analisi parte dalla forma, o meglio, della perdita di forma, che ha caratterizzato l’espansione di Roma in questi ultimi decenni. E delle conseguenze sociali e politiche che questo ha avuto sull’intero organismo urbano.

Come ci ricordano gli autori, Roma è una città duale. Nel corso della suo sviluppo urbano, alla Roma ufficiale – la cosiddetta città consolidata – si è gradualmente contrapposta la Roma delle tante e tra loro diverse periferie, la Roma anulare – quella posta oltre quel Grande Raccordo diventato quasi un muro divisivo tra una città e un’altra. Per di più, gran parte di questa espansione territoriale è avvenuta abusivamente, senza alcuna pianificazione pubblica. Si è passati così dai 12.500 ettari di suolo urbanizzato del 1961 agli oltre 50 mila attuali, cosa che ha fatto di Roma una delle città europee con la più alta quantità di suolo urbanizzato per abitante (230 mq).

Per dare l’idea della devastazione territoriale da cui originano molti degli insoluti problemi cittadini, basti pensare che la città “abusiva”, quella costruita illegalmente da costruttori e piccoli proprietari, copre un territorio di 15 mila ettari, più dell’intera dimensione del Comune di Napoli: «non solo la città diventa un insieme di brandelli, ma questi sono talmente poco compatti, occupano tanto suolo e sono distanti fra loro al punto da non rendere possibile la fornitura di servizi adeguati. La città polverizzata non è più una città, perché non garantisce a tutti eguali diritti».

La struttura pulviscolare che è stata imposta a Roma dalla rendita fondiaria, non solo produce una bassa qualità della vita e uno scarso livello di accessibilità della città, ma determina costi sociali ed economici insopportabili. Il mastodontico debito comunale, così come il traffico ingestibile e la sporcizia endemica delle strade sono il frutto della perdita di forma di Roma, risultato di un disordine urbanistico che ha portato più di un milione di persone a vivere in brandelli di metropoli diramati lungo il G.R.A: «più ci si allontana dal centro più le nuove urbanizzazioni si diradano, si slabbrano fino a toccare indici di densità talmente bassi da non essere più pertinenti a una dimensione di città».

In un simile scenario appare difficile anche solo immaginare un’azione decisiva che possa in qualche modo ricostruire il tessuto urbano e sociale della capitale. E’ possibile, dunque, che Roma riacquisti la sua dimensione pubblica? «Ridare legittimità, funzionalità e trasparenza alla pubblica amministrazione è la prima e più grande opera da compiere» afferma De Lucia «E poi i trasporti, che restano un nodo drammatico. Se poi cerchiamo elementi di carattere simbolico, non posso che ricordare il progetto di Petroselli, che non è la “pedonalizzazione dei Fori”, ma un modello culturale che cambia il rapporto tra centro e periferia, che si riappropria della memoria storica di Roma».

 

Ismaele Pugliese

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