Regionali: Bonaccini vince e la destra si consola con la Calabria

Regionali: Bonaccini vince e la destra si consola con la Calabria

I sondaggi hanno fatto tremare il Pd assieme a tutto il Governo e il centrosinistra ha temuto che lunedì mattina finisse l’esperienza del Conte bis, che non avrebbe potuto sostenere un cambio di schieramento della rossa Emilia Romagna. Ma Bonaccini prende il 51%, Zingaretti ringrazia le sardine e Salvini non può che limitarsi a ringraziare tutti gli italiani che hanno votato, perchè questa volta ha perso. Ed ha perso rumorosamente, più di quanto possa apparire da un primo sguardo alle proiezioni definitive. Certo, finalmente “c’è stata partita” , come dice il segretario leghista, ma in questa sfida, assimilata a un referendum sulla sua leadership, Salvini è stato bocciato. Nel complesso la Lega perde più di 60mila voti dalle Europee dello scorso anno e nei luoghi simbolo delle propaganda verde quali Bibbiano e il quartiere Pilastro (noto per la famosa citofonata), il partito del Papeete racimola rispettivamente un contenuto 28% e un altrettanto scarso 18%. Oscurare la propria candidata, strumentalizzare il dolore dei bibbianesi e citofonare a presunti spacciatori minorenni per segnalazioni di dubbia attendibilità, forse non sono state le mosse giuste. E forse quella di Bonaccini è stata davvero una buona amministrazione, che, combinata alla mobilitazione delle giovani sardine, ha stimolato l’orgoglio e il senso di appartenenza a una tradizione politica anti-populista e di sinistra, da cui la maggioranza degli emiliano romagnoli non vuole  essere liberata.

Il Pd tira quindi un sospiro di sollievo, ma la necessità del suo rinnovamento non viene meno, anzi con tutta probabilità ora ha delle nuove e  più alte aspettative da soddisfare. Il centrodestra può gioire in Calabria, dove però la vittoria non può avere lo stesso sapore dell’auspicato trionfo nella storica roccaforte di sinistra, non essendo stata la punta della penisola il vero terreno di battaglia di queste settimane. Settimane che hanno visto lo sgretolarsi della forza politica a cinque stelle, che dopo la ritirata di Di Maio è ormai ai margini dello spettro elettorale e vede sfaldarsi il proprio ruolo di terzo polo partitico.”Non siamo un partito, non siamo una casta”, cantavano i grillini agli esordi, e ora potrebbero cantare che non sono proprio più nulla, almeno in Emilia e in Calabria. Si torna a scegliere tra destra e sinistra,si profila il ritorno a un bipolarismo di coalizioni in cui per “l’uno vale uno” non c’è più spazio e credibilità. Ne approfitta subito Giorgia Meloni, leader del partito in ascesa di Fratelli d’Italia, che non vuole insegnare il mestiere a Mattarella, ma rivendica l’illegittimità del governo giallo rosso. L’esecutivo, precisa la Meloni, non risponde più nella sua formazione partitica agli umori politici della nazione tradita da un governo di “poltronari”. Perciò la destra punta a far sciogliere le Camere e a conquistare l’esecutivo, le sardine ambiscono a rifondare lo spirito della sinistra anche se ancora non hanno ben definito come e con chi, mentre il Pd si appropria soddisfatto delle piazze di Santori e i cinque stelle nel giro di un anno e mezzo si ritrovano a lottare per sopravvivere.

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