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Regeni: il duro colpo della tv egiziana, “che vada al diavolo”

“Verità per Giulio Regeni”. Questo è il grido di giustizia lanciato attraverso una campagna di sensibilizzazione da Amnesty International Italia che ha portato alla compartecipazione di più persone sparse nel mondo da New York a Parigi, da Bogotà a Londra per una sola causa: verità per chi ha ucciso Giulio. «La punta del naso di Giulio è la punta di un iceberg» a fare da portavoce di questa battaglia è la madre di Giulio, Paola, che oramai da mesi affianco ad amici e colleghi urla giustizia. Anche attraverso i social network è partita una catena di adesioni alla causa di Giulio lanciata da hashtag e tweet storm in cui si chiede verità. Dottorando presso l’Università di Cambridge presso la Facoltà di Scienze Politiche, il 25 gennaio viene sequestrato, torturato ed ucciso brutalmente infine gettato in un fosso al Cairo. La successiva autopsia ha confermano la pista di omicidio politico. Tra le ipotesi varate si parla di una presunta collaborazione di Giulio all’interno dell’intelligence subito smentita. In Italia, le TV nazionali hanno seguito con forte interesse, e seguono tutt’ora, il caso Regeni diventato oramai simbolo della lotta contro le ingiustizie di un Governo come quello egiziano che più di una volta ha dato prova di essere una dirigenza basata sulla violenza e sulla repressione della libertà politica. Anche in Egitto si discute molto riguardo gli ultimi aggiornamenti sul caso ed è proprio qualche giorno fa che nel canale egiziano Al-Hadath (الحدث),  in un talk show che tratta di temi politico-sociali, la presentatrice Rania Yassin, dopo aver introdotto brevemente la notizia che vede le autorità egiziane aprire un’indagine a carico del capo dell’ufficio di corrispondenza dell’agenzia Reuters, commenta il caso Regeni asserendo che dietro questo forte interesse delle istituzioni a livello internazionale vi sia un complotto, citando paesi, tra  cui l’Egitto, in cui le morti sono quasi all’ordine del giorno, ma per le quali normalmente non si ha questo coinvolgimento mediatico. Ad infastidire la presentatrice è il continuo richiamo, nelle Tv egiziane, di ipotesi, previsioni e teorie. Conclude dicendo “che andasse al diavolo”, parole che hanno sicuramente infastidito molti spettatori. È certo che la morte del giovane ricercatore italiano ha creato non poco scalpore a livello internazionale, come è anche evidente che la presentatrice in questione parla a nome di una piccola minoranza sostenitrice del governo di Al Sisi che oramai predomina a livello mediatico cercando di rafforzare il consenso dell’opinione pubblica a favore del potere in carica. Tuttavia, il popolo risponde organizzando manifestazioni per affermare i propri diritti e la propria libertà, ed è in questa occasione che il consulente della famiglia Regeni, Ahmed Abdallah, presidente del consiglio di amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà viene arrestato (insieme ad una quindicina di attivisti). La domanda che sorge spontanea è: il caso Regeni farà insorgere un’altra prima vera araba contro l’attuale regime?

 Sara Abouabdillah