Premio Sacharov: “non a persone, ma a cause più grandi”, parola di Lorent Saleh vincitore 2017

Premio Sacharov: “non a persone, ma a cause più grandi”, parola di Lorent Saleh vincitore 2017

Sono ore difficili a Strasburgo ma, il messaggio di speranza, arriva dalla dissidenza pacifica di chi esiste e resiste: se poche ore prima Cherif Chekatt sparava al centro della città, il Parlamento europeo risponde “non lasciando soli chi quotidianamente difende i diritti umani contribuendo in modo eccezionale a proteggere la libertà di pensiero”.
Con questo intento, viene istituito il Premio Sacharov: assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela e Anatolij Marchenko, è il massimo riconoscimento che l’Unione Europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. E, di sacrifici e lotte, può ben parlare Lorent Saleh, vincitore del Premio Sacharov 2017: “il premio a Sentsov non viene riconosciuto ad un uomo ma ad una causa, quella così importante della libertà dell’Ucraina. Le nostre storie non sono molto diverse anche se i Paesi sono molto distanti. Quando le cause sono giuste il numero delle voci non importa, a volte ci sentiamo soli ma bisogna continuare ad andare avanti convinti che si sta facendo la cosa giusta”. Così il dissidente venezuelano, membro dell’Opposizione democratica venezuelana e vincitore del Premio Sacharov 2017, ha commentato l’assegnazione del riconoscimento al regista ucraino Oleg Sentsov nel corso dell’ evento promosso a Roma dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, in concomitanza con la consegna a Strasburgo del Premio Sacharov 2018.

Oleg Sentsov è un regista ucraino, arrestato il 10 maggio 2014 a Sinferopoli, in Crimea, e condannato a 20 anni di reclusione con l’accusa di aver progettato atti terroristici contro il dominio “de facto” della Russia in Crimea: la sua colpa? Aver rotto il silenzio.

Del silenzio tiranno parla anche Saleh: “il silenzio è ciò che non posso perdonarmi. Il regime incrementa la sfiducia creando disinformazione. Occorre essere uniti per essere liberi”. Le sue parole sono ferme e salde, tremano solo al ricordo della sua liberazione: “ho vissuto quattro anni senza vedere l’alba. Non potete immaginare quanto sia importante un raggio di luce”. Emozionato, racconta di aver rivisto sorgere il sole dalla cabina comandi del suo aereo di ritorno, di aver quasi sentito la mancanza della sua cella, di aver provato assuefazione, timore di affrontare la realtà. Ma, ad aiutarlo, la forza di cause più grandi: “la politica la facciamo a partire da bisogni essenziali. La tirannide ha identificato lo spirito democratico e pacifico dei venezuelani: pur sapendo che ci uccideranno, andiamo incontro alla nostra libertà in modo pacifico”.
A preoccupare Saleh, non è l’indole coraggiosa del suo popolo, ma “l’ascesa dei populismi, di una forma di radicalismo, di estremismo, di fondamentalismo. Questo è preoccupante non solo in Sudamerica ma anche in Europa dove c’è un rigurgito di queste forme del pensiero estremista e radicale”. Per il dissidente venezuelano, il rimedio è restare uniti: “se ci mettiamo in collegamento i risultati si raggiungono” perché “il tema dei diritti umani riguarda tutti noi, se riusciamo ad organizzarci riusciamo ad ottenere grandi cose”. Serve un cambio di rotta: “noi che crediamo nella democrazia – ha osservato – siamo stato meno astuti dei nemici, loro sono stati più solidali”.

Le parole, poi, lasciano spazi ai gesti: Saleh, nel corso dell’evento, ha riabbracciato l’attivista venezuelana Betty Grossi con cui ha condiviso la detenzione e ha riconosciuto che la sua libertà è stata resa possibile grazie “allo sforzo congiunto di Parlamento europeo, diaspora venezuelana e giornalisti”.

“Il modo per ripagare lo sforzo dell’Europarlamento è lottare per l’eredità di Sacharov”, perché è grazie a lui che ” il mondo ha evitato grandi tragedie e oggi dopo 30 anni assistiamo ai frutti della sua semina. Noi che siamo riusciti ad ottenere la libertà dobbiamo lottare per la libertà dei nostri amici. Nell’anno che viene dovrà essere un impegno costante per noi attivisti dei diritti umani”.
A rinforzare la sua tesi, giunge da Strasburgo il discorso di Natalia Kaplan, cugina del Premio Sakharov 2018 Oleg Sentsov: “le parole sono il principale strumento delle persone e spesso l’unico, soprattutto quando tutto il resto è stato tolto. Con una parola puoi esortare, curare, salvare o uccidere, se comandi di sparare. Puoi fare un appello alla resa, ma anche alla resistenza e alla lotta, anche se sai che morirai. Ma non importa quanto avrai vissuto, importa come muori e per che cosa muori”. Riferendosi alle parole dei potenti iniqui, Sentsov afferma che “la contemporaneità spesso è ingiusta, ma la storia è giusta: nel tempo tutto torna a posto e ogni cosa viene definita con il proprio nome”. Nominare è fare esistere e, esistere, spesso significa (R)esistere.


Nicoletta Labarile

Please follow and like us:

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi