Praticare la felicità nelle organizzazioni: realtà o utopia?

Praticare la felicità nelle organizzazioni: realtà o utopia?

I tempi in cui Charlot in “Tempi moderni” rimaneva incastrato negli ingranaggi della catena di montaggio come emblema delle misere condizioni dei lavoratori, sono lontani. Almeno è quello che emerge leggendo alcuni studi innovativi sulle strutture e i processi di organizzazione del lavoro.

Cinque studenti del corso di “Sistemi organizzativi complessi nella società dell’innovazione”, tenuto dal professore Renato Fontana, hanno svolto una ricerca dal titolo evocativo: “Praticare la felicità nelle organizzazioni: realtà o utopia?”

Una ricerca che pone un focus sulla felicità nelle aziende; se queste cercano la felicità dei propri dipendenti e quali sono i parametri che possono definire un’azienda felice. Un tema di stringente attualità che sta prendendo piede nelle organizzazioni moderne, sia negli Stati Uniti che nei paesi europei, specie in quelli del nord. D’altronde, il lavoro occupa gran parte della nostra vita e cercare la felicità anche in questo settore della nostra quotidiana risulta più che legittimo, oltre che necessario.

Per il professore Fontana l’oggetto di ricerca si configura come “un terreno ancora magmatico, fluido, ma promettente. In Italia ancora quasi nessuno se n’è accorto”. Anche per questo i cinque ragazzi (Claudia Cimmino, Giulia Gentili, Claudia Raponi, Beatrice Spina, Simone Vitti) hanno avvertito la necessità di focalizzare la loro attenzione su un tema destinato a diventare centrale nell’immediato futuro.

Un tema a livello internazionale molto dibattuto. Alcune organizzazioni avanguardiste già si sono mosse in questa direzione. Oltreoceano è nata il ruolo di chief happiness officer, ossia il manager della felicità. Una nuova figura aziendale che si occupa della felicità dei dipendenti, misura il livello di gratificazione e soddisfazione dei lavoratori e individua politiche per migliorarlo. Questo testimonia l’attenzione che alcune aziende rivolgono alla felicità dei propri dipendenti. Anche perché un efficace welfare può migliorare anche la produttività, quindi avere riscontri positivi anche sul versante economico. Se ne sono accorti per prima le aziende dalla Silicon Valley, ma anche da noi lacune aziende virtuose si stanno muovendo in questa direzione.

Ma quali sono gli indicatori della felicità aziendale?

Passiamo in rassegna alcuni punti. Stringere buone relazioni con i propri capi e colleghi, rappresenta un primo passo per le felicità. Avere rilevanza del proprio lavoro, avere la libertà di scegliere come e quando svolgere i compiti assegnati, sono altri punti importanti. Centrali, poi, rimangono gli incentivi economici. Negli Stati Uniti sono state stilate delle liste di aziende felici, in esse i dipendenti hanno uno stipendio medio di 140 mila dollari annui. Cifra decisamente ragguardevole.  Altro punto fondamentale è rappresentato da il luogo del lavoro: un ambiente accogliente migliora la felicità, ma anche il modo con cui si raggiunge il posto del lavoro è determinante. Secondo alcuni studi raggiungere il posto di lavoro a piedi è il modo “più felice”. Per concludere, fondamentale rimane il work-life balance, trovare un giusto equilibro tra l’impegno professionale e i propri bisogni personali.

Per chi volesse approfondire l’argomento, la bibbia del settore è “The Little Book of Lykke: The Danish Search for the World’s Happiest People” di Meik Wiking, direttore dell’Happiness Research Institute di Copenaghen.

Oreste Sacco

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