Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, al Coris. Laboratorio di Entertainment and television studies

Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, al Coris. Laboratorio di Entertainment and television studies

Pubblichiamo di seguito gli articoli realizzati dagli studenti e dalle studentesse del corso magistrale di Entertainment and televisione studies in occasione della lezione-incontro con Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3.


Nelle radio vogliamo che si parli più di scienza. Il caso “Radio 3 Rai” e la relazione tra cultura e scienza: i podcast che ci spiegano il coronavirus

di Claudia Innocenti

Mai come nell’ultimo anno abbiamo preso coscienza dell’importanza di una chiara e buona comunicazione scientifica proposta e fruita attraverso i media. Nel momento in cui la scienza è entrata a far parte della nostra quotidianità come risposta al coronavirus, i media, tra cui la radio, si sono ritrovati a dover svolgere un ruolo cruciale di intermediazione tra scienziati e pubblici attraverso un linguaggio efficiente ma comprensibile. Parlare di scienza non è mai stato molto semplice, tendenzialmente nel palinsesto delle radio è più facile trovare e fruire cultura, intrattenimento, sport e cronaca. Spesso è dovuto al fatto che la scienza è considerata un mondo a parte, abitato solamente dalle persone che ci capiscono, i cosiddetti scienziati ma anche perché molto spesso si ritiene difficile trasmettere informazioni scientifiche in un lessico semplificato e di uso comune, la scienza è considerata tra l’altro, un argomento meno attraente e probabilmente più noioso rispetto gli altri temi che primeggiano nelle nostre radio. Nonostante ciò, mandare in onda una buona comunicazione scientifica seppur difficile non è impossibile, tra le missioni di Radio3 Rai, la radio della cultura per eccellenza, c’è una forte attenzione anche alla scienza. Marino Sinibaldi, direttore di Radio3 Rai, in un incontro con gli studenti della Sapienza del corso Entertainment and television studies (dipartimento coris) definisce la cultura << qualcosa che si deve sempre confrontare con la contemporaneità […] ognuno di noi ha il diritto di ricevere i valori che la cultura ci dà, che sono valori enormi sul piano civile.>> Il direttore di radio3 Rai vive la cultura come risposta: << In questo momento drammatico, se la cultura non ci dà dei valori, della forza, se non è capace di rispondere alle nostre emozioni, alle nostre domande profonde, alle nostre paure e alle nostre fragilità, è difficile. Perché che risposta c’è di fronte ad una strage, come quella che stiamo vivendo? Che risposta c’è davanti l’angoscia? Alla perdita? Purtroppo tra le risposte c’è poco. Ma quel poco possiamo trovarlo nella cultura>> in tutto ciò che l’uomo ha creato, perché è la cultura a dare ad una comunità il senso del futuro, della storia, della sfida che affronta. La radio per eccellenza della cultura, ritiene dignitoso dare voce all’importanza anche della scienza. Nel 2003 infatti, nasce Radio3 Scienza, ideata da Rossella Panarese, che purtroppo recentemente è venuta a mancare, ideatrice del programma scientifico e anima viva del rapporto tra scienza e società. Radio 3 Rai, probabilmente avvantaggiata dal suo interesse scientifico persistente già da molti anni, è riuscita, soprattutto nel periodo pandemico, a svolgere una funzione basilare per il proprio pubblico,
incarnando il ruolo di bussola e proponendo contenuti semplificativi in materia covid-19, preziosi per gli ascoltatori e soprattutto utili per orientarli in un periodo così complesso. Podcast come “DizionaVirus- glossario minimo per un’epidemia” di Silvia Bencivelli, si presenta come una guida in grado di spiegare all’ascoltatore termini come “virus” “Picco epidemico” e altri ancora, parole che hanno invaso la nostra sfera pubblica ma anche privata, e che quindi è necessario collocare i loro significati nel contesto adeguato. Il podcast “Lessico vaccinale” sempre di Silvia Bencivelli, consiste in una trasmissione che si pone l’obiettivo di proporre un viaggio alla scoperta di alcuni significati fondamentali del vaccino da “efficacia” a “effetti collaterali” passando per “sperimentazione” in grado di far luce sui termini specifici diventati oramai di uso comune, ma anche il podcast “Covid19 istruzioni fondamentali” con protagonisti tre esperti: Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence in Florida, Roberto Burioni, virologo del San Raffaele di Milano, e Pierluigi Lopalco, docente di igiene all’università di Pisa, spiegano cosa è il coronavirus, attivando un dialogo, fornendo risposte e proponendo direttive utili per il proprio pubblico.

Questi sono alcuni esempi molto validi e recenti per comprendere quanto sia essenziale l’informazione scientifica, soprattutto nel momento in cui la scienza entra nelle nostre case e ci sentiamo tutti bisognosi di essere informati nel migliore dei modi, anche su materie più difficili.

Radio 3 Rai dovrebbe essere un esempio per le altre radio, non solo quelle specializzate in prodotti culturali, questo perché come abbiamo ben appreso in quest’ultimo anno, la scienza non è solamente un prodotto culturale ma è vita, nel senso più profondo del termine.


La radio durante la pandemia

di Giulia Antonelli

Ospite alla lezione di venerdì 19 marzo del corso di Entertainment and Television Studies, tenuto dalla Professoressa Gavrila, Marino Sinibaldi, Direttore dal 2009 di Radio 3 Rai. Tra gli argomenti discussi durante la lezione, di grande rilievo è stato riflettere sulla forza della radio durante la pandemia. La radio è stata capace di arrivare a persone rimaste “isolate” a causa del lockdown il quale ha portato alla chiusura di cinema e teatri.

Con la pandemia e l’obbligo di stare in casa, naturalmente, chi sentiva la radio durante il tragitto per recarsi al lavoro ha smesso di farlo portando ad un calo nella percentuale degli ascoltatori delle autoradio, ad aumentare è stata invece la percentuale di ascolto della radio in casa. La radio inizia ad affiancare il lavoro casalingo, viene accesa anche mentre si svolgono altre attività come ad esempio le faccende domestiche. Cambiano anche i mezzi attraverso cui ascoltarla, molti utilizzano gli smartphone o i tablet oltre al classico apparecchio radiofonico.

Durante il lockdown la radio è stata capace di “unire” la popolazione, in particolar modo durante l’iniziativa del 20 marzo 2020, quando le radio italiane, hanno diffuso contemporaneamente canzoni che sono state importanti per la storia del nostro Paese iniziando dall’inno di Mameli. L’intera popolazione è stata invitata a sintonizzarsi per ascoltare le canzoni trasmesse in segno di unione e condivisione. La radio si è, infatti, unita alle iniziative della popolazione che già da alcuni giorni aveva dato inizio a canti dai balconi in segno di vicinanza.

È interessante come la radio sia sempre presente e capace di adeguarsi alle varie situazioni; in un momento così difficile è riuscita ad adattarsi alle esigenze degli ascoltatori creando un senso di comunità e di solidarietà.


Tra Disintermediazione e Adattabilità: la riflessione di Marino Sinibaldi su passato, presente e futuro della radio

di Mario Monopoli

Il 19 Marzo 2021 Marino Sinibaldi, direttore di Radio Rai 3, è stato il protagonista di una lezione (a distanza) nell’ambito del corso di Entertainment e Television Studies tenuto dalla professoressa Mihaela Gavrila dell’Università La Sapienza di Roma, in cui si è parlato del passato, presente e futuro della radio.

Il 1968 non è stato soltanto un anno di pacifismo, hippies e musica rock. I movimenti giovanili del ’68 hanno generato un cambiamento sociale rilevante che nell’analisi di Marino Sinibaldi è l’origine di quella disintermediazione che ha avuto un forte impatto sulla nostra vita sociale e mediale. Il rifiuto dei più giovani per la cultura “vecchia” dei propri genitori crea uno spaccato generazionale e fa emergere una voce nuova, popolare e anticonformista, in cui ognuno vuole parlare, esprimersi liberamente e non si vuole più seguire il conformismo dilagante delle cravatte paterne. Questi giovani non riconoscono più quell’autorità politica e culturale impostagli dall’alto e cercano nuovi metodi di comunicazione saltando la mediazione dei media generalisti. Era la nascita di un nuovo pubblico che non voleva più essere osservatore passivo ma protagonista degli eventi e della loro narrazione. Nascono le prime radio libere e l’anno successivo, nel 1969, la trasmissione radiofonica “Roma chiama 3131”, il primo programma in Italia che cercava di stabilire un contatto diretto con il proprio pubblico. “Dopo la presa della Bastiglia, la grande rivoluzione del ’68 è quella della presa della parola”.

Oggi abbiamo degli strumenti tecnologici molto più potenti, che ci permettono di saltare quella mediazione una volta in mano ai giornalisti e ai media. Possiamo accedere a una quantità sterminata di cultura e informazioni in qualsiasi momento attraverso internet, social e piattaforme di streaming. La disintermediazione supera limiti tecnici, economici ma anche sociali e culturali. La radio oggi coabita in un ecosistema mediale altamente competitivo, dove la libertà di consumo e l’interazione sembrano essere le chiavi per il futuro. I limiti del palinsesto sono ormai anacronistici, i pubblici richiedono sempre di più di poter avere la possibilità di scegliere cosa guardare e quando guardarlo.

Ed è in questo contesto che, citando Darwin, Marino Sinibaldi ci dice che alla fine “vince chi ha migliore capacità di adattamento”. Le innovazioni tecnologiche hanno sempre avuto influenza sugli usi da parte dei pubblici e oggi il mondo della radio non resta fermo ma si espande: interagisce con i social, diventa radiovisione, diventa podcast. La radio sopravvivrà ai nuovi media? La risposta dipende dalle sue capacità di adattarsi alle novità del mercato sfruttando le possibilità date dalla tecnologia come un’arma in più per entrare nelle vite (e orecchie) dei suoi ascoltatori.


La mutevolezza della radio tra passato e presente

di Michela Angelini

Nella realizzazione del circostante in quanto realtà dicotomica, ogni entità, concreta o irreale che sia, è formata da opposti che si intersecano e reagiscono tra loro. La radio si pone come strumento che è stato in grado di dare voce alle persone, di qualunque tipo fossero e indipendentemente dai loro ideali e dai messaggi che avrebbero trasmesso. Capace di essere in Italia voce delle masse con la trasformazione ideologica del ’68, ma anche dei tiranni tra gli anni ’20 e ’40. Per lungo tempo ha oscillato tra l’essere strumento di libertà e strumento di oppressione, in perpetua trasformazione.

Mentre dall’alto si udivano grida autoritarie e repressive, dal basso messaggi di speranza venivano diffusi nell’etere attraverso l’apparecchiatura “wireless”. La radio diventava, così, da un lato mezzo di comunicazione politica, che ne sfruttava l’ampiezza del raggio di trasmissione per diffondere messaggi sulle dittature. Dall’altro, era strumento del popolo che nasceva da non-luoghi divenuti roccaforti inespugnabili perché non si poteva conoscere né raggiungere l’origine delle voci che, docili ma coraggiose, continuavano a viaggiare.

Così, entrambi gli aspetti dicotomici della radio si insinuavano nella quotidianità delle persone: non solo nei luoghi più familiari, quali ad esempio le proprie case, ma anche nelle strade che diventavano platee radiofoniche per i discorsi usciti dalle finestre delle abitazioni. Non si presentava come tecnologia d’élite, ma era destinata al superamento delle barriere culturali, capace di comunicare anche agli analfabeti del tempo e delle minoranze.

Il desiderio di persuasione si è lentamente trasformato. Ha ridotto la sua prepotente brama di plagiare le menti altrui. È divenuto volontà di promuovere i consumi, di creare pubblicità, di indirizzare all’acquisto di determinati prodotti. Con la morte di una funzione, ne sono sorte inevitabilmente altre, fino alla formazione di uno strumento ibrido, capace di una forma d’adattamento darwiniana e di numerosi linguaggi tutt’ora utilizzati.

La ricerca della diversità e del desiderio di evasione sono diventate rappresentazione del bello che appartiene al circostante, nel tentativo di far emergere una prorompente legittimazione culturale.

Con il proseguire della storia, anche la radio subisce mutamenti. La prima è, infatti, un accumulo di possibilità e viene ogni volta riattivata dal presente. Così, la seconda si plasma in base alla necessità e ai bisogni della platea radiofonica e della risonanza che ha in rapporto alla stessa. Si propone, dunque, come un recupero di elementi passati, sempre connessi al presente e, di conseguenza, proiettati al futuro.


Marino Sinibaldi nelle «terre degli infedeli»: una lezione nella lezione sull’adattamento della radio al cambiamento

di Deborah Mazzone

Così si presenta, scherzosamente, il direttore di Radio 3 Rai Marino Sinibaldi, ospite della lezione-evento di giorno 19 Marzo del corso di Entertainment and Television Studies, tenuto dalla Prof.ssa Mihaela Gavrila, dell’Università La Sapienza di Roma. La riflessione si preannuncia immediatamente ricca di spunti da offrire e l’ospite di grande importanza, il quale oltre ad essere il direttore di Radio 3 Rai dal 2009, è anche membro del direttivo del Premio Strega e del Consiglio di amministrazione della Fondazione Bellonci, presidente del Teatro di Roma dal 2014 al 2017 e, dall’8 gennaio 2020, nuovo presidente del Centro per il Libro e la Lettura. A prima vista potrebbe apparire insolito parlare di radio e cultura all’interno di un corso universitario prettamente orientato all’ambiente televisivo, ma sin da subito si apprende l’importanza di tale contributo nell’enfatizzare il ruolo della radio come quella che nel tempo si è saputa adattare meglio al digitale e che è stata capace di rinnovarsi sempre senza cambiare mai.

Già nei primi minuti, irrompe all’interno dell’aula virtuale il concetto di disintermediazione, ossia quel fenomeno per cui ad oggi è possibile accedere liberamente e (più o meno) gratuitamente ad una moltitudine di contenuti mediali. Marino Sinibaldi è consapevole di quanto tale fenomeno finisca con il mettere in crisi una serie di professioni c.d. «dei mediatori», di cui egli stesso fa parte, ma è anche consapevole che il fenomeno in questione si inserisce in una più ampia «rivoluzione dell’accesso» la quale non può essere demonizzata o eliminata unicamente per il rischio di perdere alcune professioni.

L’ospite ci accompagna lungo un excursus circa la profonda trasformazione dei linguaggi comunicativi, dovuti ad importanti processi tecnologici e sociali, un percorso in cui la nascita della disintermediazione come fenomeno sociale viene collocata nella rivoluzione del 1968, laddove il disconoscimento dell’autorità politica, familiare e scientifica combinata alla dotazione di nuovi piccoli strumenti tecnologici, ha portato alla capacità di produrre una comunicazione il più possibile autogestita. Giungendo poi sino ai giorni nostri, ci rendiamo facilmente conto di come il periodo di pandemia da Covid-19, che purtroppo ancora ci accompagna, ha implicato una profonda ristrutturazione dei consumi e comportamenti culturali, i quali preannunciano un probabile futuro trasloco verso il digitale.

In tema di cambiamenti, ci chiediamo allora in che modo reagisce un canale di comunicazione come la radio davanti ad una novità? L’ospite ci risponde che «è possibile farlo in due modi: da un lato contaminandosi, e quindi inglobando, metabolizzando, immettendo dentro il proprio linguaggio qualche elemento dei nuovi linguaggi, e dall’altro approfondendo la propria identità e la propria differenza; ed è questo l’esempio dei podcast». Di fatto, nella sua storia la radio si è spesso ibridata, come per esempio con l’introduzione del repertorio dell’intrattenimento, adattando al proprio linguaggio altre forme di spettacolo, come quelle del teatro, del romanzo e del cinema; a tal proposito, l’ospite cita anche l’esempio dell’avvento del transistor negli anni ’60, il quale ha trasformato la radio in oggetto portatile, spostandosi da una condivisione prettamente familiare ad una fruizione personale e privata.

Ma il più recente ed innovativo esempio di reazione al cambiamento è quello del podcast, il quale non solo rende più moderna la radio ma riesce a recuperarne la vocazione antica della serialità, ormai quasi scomparsa, in grado di fidelizzare lo spettatore, ma anche quella della qualità e dell’attenzione al suono. I podcast da una parte hanno il pregio di permettere di riascoltare un programma dove e quando si vuole, ma dall’altra confermano la crescente tendenza a «personalizzare» il consumo mediale; lo spettatore è in grado così di personalizzare e perfino di creare la propria programmazione in base ai propri impegni personali e ai luoghi in cui si trova, nonché di fruire di più contenuti mediali, anche di diverso tipo, contemporaneamente.

Mancherebbe dunque al podcast la dimensione della simultaneità, ma d’altronde se come sostiene Marino Sinibaldi «i mezzi di comunicazione erano elementi che intercettavano desideri di comunicazione e li esaudivano con gli strumenti che avevano» e «la cultura deve essere all’altezza dei gusti e delle domande di ogni generazione di ogni tempo», non va sottovalutato il fatto che esista un desiderio-bisogno di usufruire di un contenuto mediale nel modo e nel momento in cui si preferisce. In tal senso, secondo l’ospite la risposta alla dialettica diretta/streaming sarebbe quella dello strabismo, ossia la capacità di guardare con un occhio alla simultaneità della radio e con l’altro alla serialità dei podcast. Solo in questo modo è possibile giungere a quello che si potrebbe chiamare politeismo compiuto, in cui possano convivere sia tempi lunghi che tempi brevi.


 Il podcast, un ponte tra passato e futuro

di Alberto Gramegna

Ne “Il mediaevo italiano”, Mario Morcellini e Mihaela Gavrila hanno menzionato il mezzo radiofonico come “uno dei pochi media generalisti capaci di adattarsi alle logiche dell’evoluzione dei mercati della comunicazione e della rincorsa tecnologica”. Considerando che il libro appena citato risale al 2005, questa affermazione è quasi profetica dell’evoluzione che questo medium avrebbe percorso, contaminandosi con altri mezzi di comunicazione, specie con il digitale. Si tratta di un lungo processo, iniziato con la diffusione di Internet, al cui interno la radio si è immediatamente adattata e imposta.

Un “futuro del passato”, come definito dalla stessa Gavrila. La radio dei podcast recupera elementi che sembravano scomparsi, ovvero la serialità e la qualità. La prima è dovuta dalla presenza di più puntate per podcast e genera delle forme di fedeltà (esattamente come la serialità televisiva). Per il secondo elemento è fondamentale l’udito, con attenzione al suono e all’ambiente sonoro. Il fattore di novità sta soprattutto nell’avere un pubblico formato da giovani, i veri trascinatori di queste particolari realtà.
Marino Sinibaldi, Direttore di Rai Radio 3, è del parere che “con i podcast la radio possa approfondire la propria differenza, la propria identità, ed è per questo che il futuro del mezzo risiede più nel podcast che nella radiovisione, che simboleggia una contaminazione con la televisione”.

L’anno di svolta della storia dei podcast è stato il 2020. Rossana de Michele, fondatrice di storielibere.fm, piattaforma italiana di creazione e distribuzione di podcast gratuiti, racconta sul blog Doxee come nelle settimane di lockdown i podcast abbiano raggiunto una media di oltre 80 mila ascoltatori a settimana (https://www.doxee.com/it/blog/marketing/cose-un-podcast-storia-format-rivoluzionario/ ). Inoltre, un articolo di Brand News del 17 luglio 2020 riporta che “nei primi 2 mesi di clausura gli ascolti sono cresciuti del +35% […]. La situazione imposta dal virus […] ha cambiato anche le abitudini di ascolto, aumentando quello in casa” (https://www.brand-news.it/player/agenzie/storie-libere-investe-su-qualita-e-indipendenza-lancia-il-crowdfunding-e-cresce-nellaudio-advertising/ ).

In aggiunta, Sinibaldi suggerisce che il successo del podcast sia dovuto anche e soprattutto al processo creativo del podcaster non dotato necessariamente di specifiche qualifiche. Esempio perfetto sono le live su Twitch, forme ibride di comunicazione e simbolo di una pluralità di format e di canali.

Teorie sul futuro di questa forma di trasmissione? L’assenza di bidirezionalità del podcast potrebbe evolversi con una rivoluzione del mezzo con il sopraggiungere di una reciprocità nella forma comunicativa tra podcaster e ascolatore.


Radio libere e Podcasting: “libertà, qualità e varietà”

di Ileana Caselli

Era d’estate, anni 70, potrebbe sembrare uno sbadato accostamento tra due note canzoni italiane, eppure, non è solo questo. Già, perché proprio il 28 luglio 1976 una sentenza della Corte di Cassazione sancì la legittimità delle trasmissioni via etere private in ambito locale.

Seppure le idee, le parole e le musiche più stimolanti dell’epoca già circolassero nelle migliaia di radio private proliferate in quegli anni, quella data determinò la fioritura di queste realtà, portando a quello che Michel de Certeau definì come “una delle due più grandi rivoluzioni mai avvenute assieme alla presa della Bastiglia del 1789”, ovvero “la presa” del diritto di parola, già rivendicato dai movimenti del 1968.

Nacquero così: le radio libere, che andarono a riempire FM superiori ai 100 MHz. La prima a iniziare le trasmissioni fu Radio Parma, nel Dicembre 1974 sulla frequenza 102 MHz.

L’FM aveva il problema del range geografico: non esisteva un’emittente in grado di coprire un’intera provincia.

La radio diventò così locale, cominciò a rivolgersi ad un pubblico di zona, aprì all’interazione con il pubblico, trasformando questi apparenti limiti in opportunità. Dato il target ristretto, autori e speaker immaginarono programmi disegnati su un pubblico specific: si sviluppò così un fenomeno, in parte, paragonabile a quello che accade attualmente con il podcasting.

Qual è l’origine dei podcast?

Il nome “podcast” comparve per la prima volta nell’articolo Audible Revolution, pubblicato sul The Guardian e firmato da Ben Hammersley, e venne utilizzato per definire il nuovo fenomeno di diffusione (“cast”) di file audio in formato MP3 disponibili su supporti portatili (ossia “pod”) per la creazione di palinsesti digitali, per la quale non era necessario passare dall’etere.

Un nuovo modo, per sfruttare le vie del non-etere, un nuovo approccio ai contenuti audio che assolva alla stessa esigenza e necessità alla base della nascita delle radio libere degli anni 70’: libertà di contenuti, varietà di scelta, qualità ed estrema facilità di produzione.

Nel podcasting si adoperano piattaforme gratuite di registrazione, di editing, di pubblicazione, consentendo a chiunque di diventare podcaster, attraverso contenuti prodotti e disponibili online che riescono a raggiungere un ampio pubblico in breve tempo.

Ogni tecnologia si trasforma, e in un’ottica Darwiniana, vince chi ha la migliore capacità di adattamento. La radio si è sempre rinnovata, sviluppando un’ottima capacità di adattamento, anche davanti alla nascita della televisione. La tecnologia wireless radiofonica già negli anni ‘20/’30/’40 superava la barriera geografica e culturale, arrivando a comunicare anche con quella vasta fetta di popolazione ancora analfabeta.

Il podcast recupera degli elementi che parevano andati persi come: la serialità e la qualità, sia dei contenuti che del suono prodotto, vi è una forte attenzione per la qualità del suono.

Con le radio libere si sviluppò una forma di empatia tra conduttore e pubblico, in cui si cercò di soddisfare le esigenze degli ascoltatori intercettando preferenze musicali, strutturando un palinsesto sulla base delle ipotetiche abitudini dei singoli, cercando di distribuire in maniera congrua l’intrattenimento e l’informazione. Tuttavia le abitudini sono cambiate, e questo aspetto è diventato piano piano sempre meno indispensabile rendendo difficile, se non impossibile, garantire i grandi ascolti di un tempo per i programmi in diretta.

Lo streaming e la replica consentono allo spettatore di riascoltare i programmi quando meglio crede. Questa frammentazione dell’esperienza indebolisce sempre di più l’elemento della condivisione, la simultaneità e la possibilità di condividere emozioni in uno stesso momento.

Per questo motivo è indispensabile approcciarsi alla radio moderna con un certo “strabismo” guardando da una parte agli aspetti immanenti e simultanei offerti dall’esperienza della diretta, e dall’altra all’uso della differita e dei podcast, cogliendo strumenti utili per evolvere da entrambe le parti.

La radio libera è nata da un’esigenza: quella di dar voce a pensieri nuovi, offrire punti di vista eterogenei. Un mezzo che più di tutti trasmetteva davvero quel pulsante desiderio di libertà di espressione caratteristico di un’intera generazione in rinascita. Quella stessa libertà ora si sta facendo spazio probabilmente sotto altre forme, ma la sostanza non cambia ed è giusto cercare di evolvere in funzione di un cambiamento verso cui non ha senso opporre resistenza, ma che anzi è giusto comprendere per un rinnovamento sempre più ricco che continua a portarsi dietro la medesima pulsante esigenza.

Il potere della radio non sta nel rivolgersi a milioni di ascoltatori, ma nel rivolgersi intimamente e privatamente a ciascuno di quei milioni.” (Hallie Flanagan)


L’evoluzione delle professioni radiofoniche: le figure oltre lo speaker

di Cristina Accardi

Su segnali e frequenze emergono le voci calde degli speaker radiofonici ma, come per ogni format, a rendere un prodotto un buon prodotto non è soltanto il conduttore ma tutti i professionisti che dietro le quinte lavorano per creare un lavoro di qualità. Facendo un passo indietro sembra lampante come le figure professionali del sistema radiofonico si siano moltiplicate. Le prime radio erano composte da poche figure professionali, ma come attualmente, quella più emergente era la figura dello speaker che oltre a donare la propria voce creava il suo programma. Ma creare un programma non significa solamente scegliere la scaletta musicale o gli argomenti che si vuole trattare, chi fa questo mestiere deve sempre considerare il suo pubblico di riferimento ma anche il desiderio, il senso, il contenuto e la tecnologia. Questi sono i principali elementi che hanno contribuito alla trasformazione della radio negli anni.

Nella metà degli anni 50’ con l’invenzione dei transistor i conduttori radiofonici si ritrovano a prendere il posto delle valvole. La radio diventa un mezzo sempre più accessibile e portatile dunque a cambiare non è soltanto la tecnologia ma anche il linguaggio. Se prima la radio era un mezzo condiviso all’interno del nucleo familiare, successivamente diventa un oggetto personale, pertanto in concomitanza con la tecnologia ad evolversi deve essere anche il prodotto, il linguaggio e di conseguenza chi lo produce. Con la nascita delle radio indipendenti, negli anni delle rivoluzioni studentesche, i format forniti dalle radio diventano sempre più vari: la scelta è determinata dal conduttore che decide quale impronta e approccio utilizzare. Nelle radio di flusso il protagonista diventa la musica e lo speaker si riduce ad avere brevi interventi vestendo così le vesti del disc jockey: colui che mixava le canzoni e sceglieva le playlist. Nelle talk radio la figura di spicco ritorna ad essere lo speaker che si tramuta in un vero e proprio conduttore radiofonico. La voce diventa il fulcro del prodotto e gli speaker diventando il volto della società, i leader e i rappresentanti della cultura dei loro tempi e perfino la voce di chi non ha voce – come Peppino Impastato che la utilizzò per ripudiare le vicende politiche e sociali deplorevoli –. Con l’evoluzione tecnologica e l’accrescente attenzione per il suono, da una figura totalizzante come lo speaker si passa a molteplici figure: le competenze richieste diventano sempre settoriali e specializzanti. Dal regista radiofonico che gestisce il missaggio dei suoni, l’editing e la sincronizzazione dei prodotti pubblicitari; al produttore radiofonico che si fa carico degli oneri della produzione radio curandone i contenuti, le operazioni tecniche fino alla distribuzione, i cui oneri possono a sua volta convergersi in tre figure professionali differenti: il produttore audio, il produttore creativo e il produttore dei contenuti. Questo non solo comporta una migliore qualità del prodotto ma anche una maggiore varietà. La digitalizzazione porta un’ulteriore innovazione come la web radio, nel cui panorama non solo intervengono figure legate all’ambiente radiofonico ma anche giornalistico, inoltre con l’avvento delle nuove piattaforme streaming come i podcast, da cui la radio sembra riacquistare la vecchia gloria di un tempo, alle figure professionali sono sempre più richieste maggiori competenze.


Marino Sinibaldi “contro” Pirandello perché la radio e il cinema non sono parassiti del teatro

di Benedetta Picariello

Durante il corso di Entertainment and Television Studies de La Sapienza, grazie alla nostra professoressa Mihaela Gavrila, noi studenti del primo anno di Media Comunicazione Digitale e Giornalismo abbiamo avuto la possibilità e l’onore di conoscere Marino Sinibaldi. Giornalista, critico letterario e conduttore radiofonico italiano per Radio 3 Rai ci ha fornito nuove ed interessanti chiavi di lettura per scoprire il mondo della radio e il ruolo fondamentale che questo media ha avuto negli anni. Da strumento di propaganda politica ed informatica a strumento di propaganda culturale, la Radio negli anni è riuscita ad inglobare gli altri media e a sopravvivere grazie ad una capacità di adattamento non indifferente.
Proprio parlando della radio come strumento di “propaganda” culturale è emerso il pensiero di Pirandello in merito al rapporto tra il teatro i nuovi media sulla scena dell’epoca. Secondo il noto autore la radio e l’arte del cinematografo erano dei veri e propri parassiti teatrali, che lo sfruttavano fuori dalla propria comfort zone per “renderla un arte più seducente”. La radio, però, iniziò a trasmettere spettacoli teatrali per rispondere ad uno dei desideri del popolo: le persone avevano voglia di ballare, di svagarsi e i media per stare sempre al passo avevano ed hanno il dovere di intercettare desideri simili e realizzarli. Ecco, quindi perché la radio cambiò il suo modo di essere e iniziò a trasmettere gratuitamente musica e spettacoli.
Sulla questione, poi, è intervenuto anche un noto regista italiano del ‘900, Luca Ronconi. Quest’ultimo affermò durante un’intervista “Il teatro non è solo testo: è anche o soprattutto spettacolo. L’esperienza dell’ascolto di un’opera teatrale alla radio è un po’ analoga alla lettura di un libro. Si è soli, concentrati, sottoposti a una sollecitazione fantastica non paragonabile a quella che comporta la visione di uno spettacolo. La radio ha un fascino, un mistero. Restituisce agli attori, di cui chi ascolta non conosce il volto, un elemento tradizionale che nel teatro ‘vero’ non c’ è più: la maschera. La radio è insomma una proposta radicalmente diversa di conoscenza teatrale. Tanto diversa quanto interessante”.
Insomma, un vero e proprio punto di vista opposto a quello di Pirandello e più in linea anche con i palinsesti di Radio 3 Rai, la cosiddetta radio culturale. Sia per Sinibaldi che per Ronconi, infatti, per quanto il teatro sia diverso dalla radio, grazie ad essa si arricchisce di una nuova chiave di lettura e, soprattutto, riesce ad avere una risonanza più ampia arrivando a molte più persone, uscendo dalla nicchia di pubblico a cui è per lo più destinato.


Un colloquio con Marino Sinibaldi alla Sapienza: disintermediazione o accesso alla parola? Una riflessione sulla legittimazione della cultura

di Paola D’Amico

Una sola data può scaturire una profonda riflessione, 19 marzo 2021.

Annata dura quella del 2020; il 2021 non sembra per il momento proseguire su una lunghezza d’onda differente. È un periodo storico nel quale il mondo restringe i propri confini, da pochi giorni l’Italia si è colorata nuovamente di rosso e le forme della comunicazione sono cambiate per sempre. Le conferenze possono realizzarsi solo grazie al supporto dei dispositivi digitali ed in questo contesto è venuto a confrontarsi con gli studenti della Sapienza Marino Sinibaldi, direttore di Rai 3.

Espressione della cultura nella televisione italiana Rai 3 è un canale definito da alcuni “di nicchia”, un termine poco gradito da Sinibaldi che ha preferito nel corso del suo intervento mettere al centro della discussione una parola chiave: l’accesso.

È certamente illuminante considerare come l’ospite abbia avuto un occhio di riguardo per le opportunità offerte dal World Wide Web.

“Nella storia ci sono due grandi rivoluzioni: la presa della Bastiglia e la presa della parola”, questa è stata la citazione del direttore all’autore Michel de Certeau parlando delle rivoluzioni del ‘68. Oggi, come allora, i mezzi di comunicazione tradizionali sono entrati in crisi, per via anche dell’evoluzione della tecnologia che ha permesso la diffusione di una cultura che non apparteneva alle nicchie, ma alle nuove generazioni poiché “quando la tecnologia consente di avere una piccola radio personale nasce il rock ‘n’ roll”.

Quella definita dallo stesso Sinibaldi come una vera e propria rivoluzione antropologica è nata con una forma di intrattenimento che ha saputo coinvolgere le nuove generazioni, la libera diffusione di prodotti culturali ha cambiato la storia. Un contenuto attraverso la tecnologia si è distinto dagli altri e ha intercettato un desiderio, per riportare le parole del nostro ospite.

Riflettiamo in un’ultima analisi sull’aumento dello share che ha ottenuto il canale Rai 3. Questo successo è strettamente relegato, con molta probabilità, ad una freschissima iniziativa che ha visto coinvolti i pubblici di Internet. Se la cultura è intrattenimento, ed oggi possono usufruirne tutti, Sinibaldi e i suoi collaboratori hanno capito fin da subito come andare incontro ai nuovi ascoltatori: esplorare la “prateria” che il web si rivela essere, dove non conta più conoscere chi offre qualcosa e abbandonare l’identità istituzionale per sfruttare l’anonimato e distribuire gli audiolibri dei classici letterari per poter soddisfare i nuovi desideri delle persone che hanno in seguito riscoperto il valore del canale.

Giungendo a conclusione delle mie riflessioni è in questa sede che mi pongo una domanda: la disintermediazione può considerarsi un fenomeno negativo in tutte le sue forme? La risposta sembra negativa per quanto concerne l’accesso alla cultura, che si tramuta in libertà di parola. Libertà di pensiero.


L’evoluzione della radio: il podcast

di Martina Proietti

Lo scorso venerdì 19 marzo 2021, durante la lezione di Entertainment and Television studies tenuta dalla Prof.ssa Gavrila presso l’Università di Roma La Sapienza, si è svolto il secondo di una serie di incontri con diversi professionisti del mondo dell’intrattenimento. L’ospite della giornata è stato Marino Sinibaldi, direttore di Radio3 Rai, componente della giuria del Premio Strega, autore di numerosi programmi radiofonici (uno dei più famosi è senza dubbio Fahrenheit), e da marzo 2020 presidente del centro per il libro e la lettura. L’incontro, della durata di circa tre ore, per motivi noti, si è svolto sulla piattaforma Zoom, nonostante ciò, si è mantenuto alto il livello di interazione e di interesse da parte di tutti i partecipanti.

Sinibaldi, partendo dal concetto di disintermediazione culturale, ha disegnato una breve e puntuale panoramica della storia della radio, soffermandosi sull’immensa novità di tale mezzo di comunicazione di massa negli anni della sua diffusione. In seguito, si è parlato delle sue evoluzioni, dalla radiovisione fino ai più recenti podcast. A proposito di ciò, il direttore di Radio3 non ha potuto fare a meno di notare quanto la radio sia stata in grado di adattarsi ai cambiamenti: all’avvento della Tv la radio risponde aggiungendo al sonoro l’elemento visivo della Tv, nasce così la radiovisione. Oggi, l’enorme accesso alle piattaforme streaming ha dato vita a un nuovo prodotto: il podcast. Si tratta del più moderno dei linguaggi radiofonici, che recupera degli elementi che sembravano persi: da un lato la serialità, riprendendo l’elemento della serialità televisiva. L’ascoltatore radiofonico si aspetta qualcosa che riceve altrove, è un elemento importante poiché genera forme di fedeltà. Dall’altro la qualità, si presta maggiore attenzione al suono, all’ambiente sonoro proprio perché ci si rivolge all’udito dell’ascoltatore, come fa giustamente notare Sinibaldi: «non si possono udire più cose contemporaneamente».

Facendo riferimento al periodo difficile che stiamo vivendo, la discussione si è concentrata anche sulle trasformazioni in campo cinematografico, ci si domanda infatti se ci sarà un rientro nelle sale all’indomani della pandemia che, a causa delle restrizioni, ha favorito il successo delle piattaforme streaming. Parlando di radio invece, nel caso specifico di Radio3, Marino Sinibaldi racconta che nell’ultimo anno il canale ha registrato un buon aumento degli ascolti. Inoltre, il nuovo podcast prodotto da Radio3 Labanof. Corpi senza nome. si è aggiudicato il premio Prix Italia. Il podcast è senza dubbio un prodotto che sta risquotendo grande successo, ma se da un lato recupera la principale funzione della radio, l’ascolto in cuffia, si perde l’elemtento tipico della diretta, riprendendo anche in questo caso il modello di fruizione on demand dalla Tv.

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