Magistri sine registro. Un seminario ermeneutico sulla ragione

Magistri sine registro. Un seminario ermeneutico sulla ragione

Si è svolta lo scorso martedì 4 giugno la settima edizione del seminario di ermeneutica Magistri sine registro, organizzata dal Coris e l’associazione Paideia. Il tema scelto per questa edizione è “Ragione e ragioni in una società frammentata”, e di questo hanno parlato i vari relatori intervenuti, affrontandolo dal punto di vista di discipline diverse, ma sempre in chiave ermeneutica e interpretativa. Quella di ieri, in particolare, era la prima di due giornate di riflessione sul tema. La seconda si terrà venerdì 14 giugno.

Il convegno è stato aperto da Fiorenzo Parziale, docente del Coris membro del comitato scientifico di Magistri sine registro, che portando i suoi saluti ha raccontato come il tema scelto è nato “dalla sensazione di un ritorno all’irrazionale che si ha guardando alla società attuale”, così frammentata e segmentata. Paolo Montesperelli, anche lui docente del Coris e membro del comitato scientifico, ha quindi tenuto una relazione introduttica, illustrando come il concetto di ragione sia essenziale, perché se viene meno, con essa scompaiono anche elementi fondativi della modernità. “La ragione – ha aggiunto – deriva da ratio e, quindi, dal greco logos. E una ragione che deriva dal logos può assumere tre dimensioni: una discorsiva, una ontologica e una cognitiva”.

magistri sine registroSono quindi iniziati gli interventi dei cinque relatori coinvolti. Primo a parlare è stato Walter Privitera, dell’università di Milano Bicocca, che ha tenuto una relazione sulla ridefinizione materialistica della ragione compiuta da Habermas. Il sociologo tedesco è stato il padre della svolta linguistica della ragione. “Prima di chiedersi come sia fatto il mondo – ha spiegato – e prima di chiedersi come l’individuo pensa, è necessario interrogarsi sulla condizione madre del pensiero, ovvero il linguaggio”. Anche perché, ha aggiunto, è proprio il linguaggio che distingue l’uomo dall’homo sapiens e dai vari primati e, soprattutto, “l’intenzionalità relazionale e l’orientamento alla cooperazione” che in questi ultimi mancano.

Quindi il microfono è passato a Bruno Mazzara, direttore del Coris, che ha parlato invece del rapporto tra ragione e sfera emozionale nell’economia. “Si è affermata l’idea dell’homo oeconomicus – ha detto – che consiste nell’aspirare al maggior vantaggio possibile attraverso una razionalità di calcolo di stampo neoliberista”. Tutto ciò è stato ampiamente smentito, dimostrando che subentrano altri fattori di tipo etico, giuridico ed emozionale. Ma anche dal fatto che “l’uomo è capace di pensare ciò che non esiste”, e sono irrazionali, infatti, “molti atteggiamenti che comunemente compie: il mito dell’automobile, della plastica, della pulizia”. Non sempre i costi equivalgono ai benefici, ma l’uomo le compie comunque.

È stata poi la volta di Tito Marci, preside della Facoltà di Scienze politiche, sociologia, comunicazione della Sapienza, che ha relazionato sul ripensamento dell’ospitalità in un’Europa oltre i confini. In particolare, Marci ha evidenziato una dicotomia che caratterizza l’uomo europeo: la necessità di darsi dei confini “che spesso non sono geografici ma mentali” contrapposta al sogno “di trovarsi al di là di ciò che si è”. Parlando dell’ospitalità, ha poi illustrato la differenza tra radici e risorse. Le radici “richiamano alla tradizione, e possono essere inclusive o esclusive”, includendo, cioè, chi le ha in comune ed escludendo chi non le ha. “Le risorse, invece, possono essere tutti”, perché chiunque è utile a qualcosa. Terminate le relazioni della mattina, è cominciato il dibattito, previsto dallo spirito dialogico e informale di Magistri sine registro.

Nel pomeriggio si sono riaperti i lavori, e il primo a parlare è stato Rolando Marino, dell’università per stranieri di Perugia. Nel suo intervento ha evidenziato la tendenza della sociologia a comprendere l’omogeneità e non l’eterogeneità: sfugge spesso alle varie sociologie il processo di significazione degli individui. Ha quindi sottolineato il determinismo che caratterizza la società di massa: da un lato la manipolazione da parte dell’élite, che attivamente lavora per mantenere il proprio potere, e dall’altra un’eterodirezione, ovvero il potere di persuasione che la massa ha sull’individuo. In tutto ciò i media guidano lo sviluppo culturale e i valori di una società. “La vita sociale vive nei media – ha spiegato Marini –, e la prospettiva che i media hanno assunto corrisponde alla prospettiva con cui le persone guardano alla realtà, è una cultura pienamente mediatizzata”. Marini ha concluso il suo intervento puntualizzando come sia importante l’intervento dello Stato nel salvaguardare il pluralismo culturale, regolamentando le piattaforme digitali. La difesa delle culture locali e la difesa dei sistemi educativi pubblici, infatti, sono fondamentali per salvaguardare una differenziazione simbolico culturale .

Fabrizio Denunzio, dell’università di Salerno, ha poi concluso la giornata con una riflessione sul discorso tenuto da Max Weber all’Università di Friburgo nel 1895, alla luce delle trasformazioni politiche attuali che vedono la rinascita dei nazionalismi. Weber si interrogava sulla rigenerazione della nazione tedesca, dirigendo la sua intera produzione contro i contadini polacchi nei territori della Prussia. Essendo quella slava considerata una razza inferiore, nasce la proposta della chiusura delle frontiere per salvaguardare l’agricoltura tedesca. “Nel permanere di una società classista – ha spiegato –, il razzismo rimane un’arma che i dominanti e i loro specialisti della produzione simbolica brandiscono quando prevedono che il conflitto di classe stia salendo”.

Francesco Amato e Giulia Marilungo

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