L’Italia e la lotta al traffico di esseri umani

L’Italia e la lotta al traffico di esseri umani

Immigrazione e traffico di esseri umani sono stati l’argomento di un convegno organizzato, giovedì 14 dicembre, dalla Scuola di Perfezionamento delle Forze di polizia di Roma. Il titolo: “L’esperienza italiana nel contrasto al traffico di essere umani in un’ottica internazionale”.

Erano presenti i massimi esponenti delle Forze di polizia italiane, delle polizie europee, delle Organizzazioni internazionali e dei Paesi coinvolti nei recenti fenomeni migratori.

La gestione delle migrazioni degli ultimi anni e del traffico di esseri umani ad esse legate necessita sempre più di un lavoro coordinato. Ecco perché, dunque, la Scuola Interforze. Senza una stretta collaborazione ed uniformità di azione fra tutte le forze di polizia, le Istituzioni e le Organizzazioni internazionali, sarebbe complicato pensare di governare il problema.

Il Direttore della Scuola, il Generale di Divisione della Guardia di Finanza Gennaro Vecchione, ha aperto i lavori con un’introduzione su come nel suo Istituto si affinano le capacità investigative e di intervento delle Forze di polizia italiane. E su come questo si traduce nell’attività quotidiana dei vari reparti sul territorio e nel contrasto al traffico di esseri umani.

Poi, la Vice Questore Aggiunto Claudia Di Persio, dell’Ufficio centrale interforze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, già Presidente del Law Enforcement Working Party (organismo europeo per la cooperazione tra le forze dell’ordine) e coordinatrice dell’evento, ha illustrato la complessità del contrasto alle organizzazioni dedite al traffico di esseri umani.

I trafficanti conosciuti sono di 122 nazionalità diverse, hanno un vero e proprio modello di business e il loro giro d’affari annuale è di circa 5,7 miliardi di euro. Hanno la capacità di adattarsi facilmente ai nuovi contesti e alle norme di contrasto messe in atto. Le Forze di polizia devono essere abili a rivedere continuamente le proprie tecniche investigative. Di fronte a questa complessità, solo una cooperazione reale e forte tra i vari attori in campo può rendere efficace la lotta al traffico di esseri umani. L’Italia è al centro della sfida.

Un approccio obbligato anche secondo Mariyana Radeva, della Frontex. L’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esiste proprio per creare le condizioni che favoriscano la cooperazione internazionale e la messa in atto di strategie di contrasto al traffico di esseri umani. Il lavoro di coordinamento di Frontex si sta rivelando fondamentale in questi anni di grandi migrazioni.

“Il numero dei rifugiati è salito negli ultimi anni, così come il numero di Paesi da cui scappano. L’unica cosa che è diminuita è l’età media di chi emigra. Un quadro favorevole al business dei trafficanti di esseri umani”. Lo ha detto Helena Behr, membro dell’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – ricordando il lavoro svolto con le autorità e le polizie italiane, oltre che con le ONG, nei porti di approdo dei migranti.

L’Alto Commissariato per i Rifugiati fonda il proprio operato su “4 P”, quattro pilastri per la lotta al traffico di esseri umani: prevention, protection, prosecution e partnership.

Lavora ogni giorno per prevenire le violazioni dei diritti umani nei Paesi a rischio. Allo stesso tempo, assiste e dà protezione a chi è costretto a fuggire. Si tratta di un lavoro non improvvisato. L’UNHCR non potrebbe svolgerlo senza programmi di lungo periodo e una partnership forte con le autorità, le polizie e le organizzazioni coinvolte.

Irina Torodova della IOM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha confermato l’intensificazione del traffico di esseri umani. È aumentato soprattutto il numero di donne e bambini coinvolti.

I migranti affrontano un viaggio lungo circa due anni, suddiviso in varie tappe estremamente rischiose. Quando arrivano a destinazione, in genere vengono identificati. Ma i numeri dicono che sia le donne che i bambini sono tra coloro per i quali si dimostra più difficile l’identificazione. È così che diventano facile preda delle organizzazioni criminali: prelevati dai centri in cui sono accolti e sfruttati sessualmente o per altri fini, come il traffico di organi.

Questi numeri sono stati ribaditi da Pedro Rodriguez dell’Europol. Lui e i suoi colleghi lavorano soprattutto a livello di intelligence per seguire gli spostamenti dei migranti ed aggiungere al loro database elementi interessanti per ricostruire i traffici di esseri umani. Anche Rodriguez ha parlato del problema serio che rappresentano lo sfruttamento minorile e quello delle donne. Ha anche lanciato un appello a fare di più, perché gli sforzi messi in campo attualmente sono del tutto insufficienti.

Alessandro Giuliano – Direttore del Servizio Centrale Anticrimine della Polizia – ha aperto la parte del convegno in cui si è parlato di come l’Italia si è organizzata per contrastare immigrazione e traffico di esseri umani.

La rotta del mediterraneo centrale rimane la più utilizzata dai trafficanti, ma di recente ci sono stati dei cambiamenti: meno partenze dalla Libia, un aumento da Tunisia e Algeria. Ciò è dovuto agli accordi che l’Italia ha stipulato con la tanto discussa Guardia Costiera libica. La capacità degli scafisti di adattarsi – sfruttando prima l’attività di “Search and Rescue” e poi spostandosi in Tunisia e Algeria – sollecita la creazione di un Joint Investigation Team che Giuliano lamenta come ferma al palo.

L’Italia, attualmente, mette in campo: la Guardia di Finanza (insieme alla Guardia Costiera) come polizia del mare e per ricostruire le attività economiche illecite; la Polizia di Stato per l’identificazione, la gestione dei migranti e le indagini per contrastare i trafficanti; e l’Arma dei Carabinieri per le attività sul territorio che permettano di scovare anche piccole cellule delle organizzazioni criminali collegate al traffico di esseri umani.

I trafficanti modificano le strategie, i porti di partenza, le indicazioni date agli scafisti e il tipo di imbarcazioni utilizzate in base ai cambiamenti di contesto. È successo dopo il naufragio di Lampedusa, dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum ed ora, dopo gli accordi Italia-Libia.

Un esempio: prima del naufragio di Lampedusa,venivano utilizate navi più grandi. Ad un certo punto del loro percorso venivano fermate per trasbordare i migranti su imbarcazioni piccole. Poi si è iniziato ad usare barche molto piccole per sfruttare al meglio i piani di Search and rescue.

Sia Eugenia Pentassuia della Direzione Nazionale Antimafia che Fabio Guadagni della Direzione Centrale Immigrazione si sono concentrati su questi aspetti.

L’Europa ha anche lavorato insieme al nostro Paese per costruire una rete di hotspot, cioè strutture che possano accogliere gli immigrati per il tempo necessario ad identificarli e sbrigare le procedure legali preliminari. Ma gli hotspot riescono ad ospitare solo il 40% degli immigrati e spesso i tempi di permanenza si allungano.

Occorre impegnarsi, da un lato, per affinare le armi investigative di contrasto ai trafficanti. Dall’altro, per velocizzare l’identificazione dei migranti e la loro uscita dagli hotspot, creando delle procedure standard.
Ancora una volta, diventa fondamentale il coordinamento fra polizie, Istituzioni, Organizzazioni internazionali.

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