Che italiano parliamo noi oggi?

Che italiano parliamo noi oggi?

Il titolo di quest’articolo sarà sembrato, a molti di voi, sicuramente fuorviante. Che cosa significa che italiano parliamo oggi? Non tutti, forse, avranno pensato al fatto che le lingue sono meccanismi estremamente mutevoli, in continuo e crescente cambiamento. L’italiano che conosciamo noi oggi, e soprattutto che parliamo, non è il fiorentino trecentesco con cui comunicavano Dante e Boccaccio. Così come non è la sua variante, epurata dai tratti più marcatamente dialettali e locali, che usò Manzoni, nell’800, per la stesura dei Promessi Sposi.

È allora lecito chiedersi: che tipo di italiano parliamo noi oggi? Secondo Gaetano Berruto, studioso di sociolinguistica – la branca di studi che prende in esame il cambiamento delle lingue in relazione a fattori sociali e culturali – l’italiano contemporaneo è quello che si definisce un neo-standard. Ovvero una tipologia che modifica lo standard, la lingua che viene riconosciuta unitaria e corretta dalla maggior parte dei parlanti di una data località geografica.

Standard e neo-standard

Dall’Unificazione in poi, tramite la scolarizzazione e i mezzi di comunicazione di massa, è venuta a crearsi una tipologia di italiano per così dire istituzionale, comunemente accettata e riconosciuta come corretta. Tramandata tramite lo studio di una grammatica ben definita, questa è per noi uno standard. Ma questa lingua, questo italiano, è sempre meno utilizzato dalla maggioranza degli italofoni. O meglio, è usato prevalentemente nello scritto (ma anche qui, talvolta, con alcune differenze) e non tanto nel parlato.

L’italiano contemporaneo con il quale comunichiamo oggi è, spesse volte, una lingua altra. Molto più semplice del suo corrispettivo scritto – che, in alcuni ambiti (come quelli scolastici o istituzionali), rispetta ancora le regole della tradizione affermatasi dopo l’Unificazione. In parte, questo è stato dato dall’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, come i social media e le chat. Quando scriviamo su WhatsApp non rispettiamo tutte le regole comunicative che adoperiamo, per esempio, in un una tesi di laurea. Ma, piuttosto, i nostri messaggi richiamano un parlato-scritto. La trasposizione di quanto avremmo detto a voce.

Le principali caratteristiche dell’italiano contemporaneo

I cambiamenti che l’italiano ha subito nell’era contemporanea sono molteplici. Ma, in generale, possiamo dire che si è andati verso una progressiva semplificazione (sia dei costrutti, che dei vocaboli). Dagli anni 60 del 900, infatti, una serie di nuove forme espressive hanno iniziato a concorrere con il canone grammaticale dei manuali. E queste, nel tempo, hanno portato a un progressivo avvicinamento di scritto e parlato. La velocità comunicativa data dall’espressione orale è stata pian piano trasferita anche nella scrittura, in particolare in quella elettronica.

Alcuni degli elementi, del parlato contemporaneo, che si stanno standardizzando sono le semplificazioni a livello verbale. Il trapassato remoto sta retrocedendo in favore dell’imperfetto; il futuro prossimo viene sempre più spesso sostituito dal presente. Così come quelle pronominali – egli/ella/esso/essi ecc. si stanno quasi sempre risolvendo in favore di lui, lei e loro generico.

Ma il settore in cui i cambiamenti sono maggiori e più evidenti è sicuramente quello del lessico. La parte di ogni lingua che si modifica più velocemente. In questo, possiamo indicare due aspetti molto interessanti: il progressivo ritorno del dialetto e i neologismi dati dai social media, come Instagram.

Il lessico: la parte più mutevole di ogni lingua

Per quanto riguarda il primo punto, è bene ricordare che, per oltre un secolo, il dialetto è stato visto come una parlata popolare che doveva essere totalmente estirpata dagli italofoni. I nostri nonni comunicavano prevalentemente (se non esclusivamente) in dialetto, già i nostri genitori molto meno. La parlata dialettale era vista come uno svantaggio. Un regionalismo che non poteva essere integrato nell’italiano standard, unitario e istituzionalizzato.

Oggi, stiamo assistendo a un’inversione di rotta. I giovani, soprattutto, hanno riscoperto espressioni e intercalari dialettali, che si stanno nuovamente diffondendo (questa volta a livello nazionale: il classico moroso/a per fidanzatino/a, un tempo termine prettamente settentrionale, è oggi utilizzato in diverse regioni, nel parlare quotidiano). O ancora, sono sempre di più le pagine social che riscoprono locuzioni locali, proponendole in simpatici vocabolari online, che spiegano i tratti più marcatamente regionali di una zona. Il dialetto dà oggi colore ai discorsi, perdendo definitivamente l’accezione di lingua minoritaria, da dover estirpare.

Infine, nell’italiano contemporaneo (prevalentemente parlato) non mancano una buona dose di neologismi o prestiti da altre lingue – come termini inglesi, di cui la nostra lingua oggi abbonda. Il caso più evidente lo ritroviamo in tutta una serie di parole che sono venute a crearsi tramite i social media. Primo fra tutti Instagram. Laura Mancini, nel suo libro L’italiano e gli italiani nell’era di Instagram: i neologismi legati al mondo degli influencer, analizza proprio questi nuovi termini, oggi di uso sempre più comune. Taggare, defolloware e le nuove connotazioni che hanno assunto parole come postare e ripostare sono oggi presenti nel lessico della maggior parte dei parlanti.

Che italiano parliamo oggi?

Che italiano parliamo quindi noi oggi? Una nuova tipologia di standard che sta affermando diversi costrutti e modalità comunicative. Volte a una maggiore immediatezza, velocità e semplificazione. Una lingua che sta riscoprendo alcuni tratti della tradizione locale, che la scuola ha voluto tagliare fuori, mentre si arricchisce di neologismi, stranieri e non. Una lingua, tuttavia, che come tutte le altre muta continuamente e troppo velocemente. E allora viene anche da chiederci: che italiano parleremo domani?

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