Istat, presentato il Rapporto sulla conoscenza 2018

Istat, presentato il Rapporto sulla conoscenza 2018
      Intervista a Giorgio Alleva - Presidente Istat
      Intervista a Marino Sinibaldi - Direttore di Radio3
      Intervista ad Andrea De Panizza - Istat

L’Istat – Istituto Nazionale di Statistica – ha presentato, giovedì 22 febbraio, il “Rapporto sulla conoscenza 2018”. Lo ha fatto, non a caso, nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, a Roma, un monumento di recente restaurazione e creato dall’Imperatore romano per il benessere della mente.

Il Rapporto – consultabile sul sito dell’Istat in formato e-book – è il primo di questo tipo per l’Ente statistico italiano. È una fotografia delle diverse dimensioni della creazione, della trasmissione e dell’uso della conoscenza nella società. Con uno sguardo posto sia sulla dimensione individuale, sia su quella pubblica ed economica del Paese.

Organizzato in 6 capitoli e 38 quadri tematici, il Rapporto utilizza il concetto di informazione economica -ossia di “sapere utile” – per mostrare i modi e i processi con cui la conoscenza si crea, si trasmette e viene utilizzata nella nostra società. L’obiettivo è quello di valutare il cammino in conoscenza e formazione fatto dall’Italia negli ultimi anni e la posizione del nostro Paese nel contesto europeo.

La prima parte del convegno è stata dedicata all’esposizione dei risultati della ricerca. Li ha introdotti il Presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, parlando della volontà del suo Istituto di fornire analisi sempre più particolareggiate. “Il ‘Rapporto sulla conoscenza’ è nato dalla crescente importanza del flusso continuo di risorse intangibili anche in ambito produttivo ed economico”, ha aggiunto.

Il Presidente ha poi sottolineato che, a fronte di alcune conferme non lusinghiere, vanno segnalati buoni progressi per molti degli aspetti presi in considerazione. La ricerca e lo sviluppo – pur con miglioramenti non trascurabili – rimangono un punto debole dell’Italia. Grossi passi avanti, invece, per l’abbandono scolastico: negli ultimi dieci anni si è passati dal 20% al 14%, ben oltre l’obiettivo del 16% fissato per il 2020. Ma rimane un forte gap con gli altri Paesi europei in quanto a numero di laureati.

L’istruzione è un tema centrale del Rapporto. Giovanni Barbieri, Direttore centrale per lo sviluppo dell’informazione e della cultura statistica: “Il nostro lavoro è stato concepito come un ipertesto. Ciascuno dei 38 quadri tematici rappresenta un nodo della rete che ha varie connessioni con gli altri. Abbiamo contato in tutto 123 connessioni. L’istruzione è quello che ne ha di più”.

Il suo è stato un invito alla lettura non necessariamente lineare del Rapporto. Ma anche un modo per far capire quanto conti l’istruzione per l’intero sistema, soprattutto per l’economia. Ribadendo quanto aveva già fatto emergere il Presidente Alleva, ha rimarcato come le aziende in cui l’imprenditore e i dipendenti hanno maggiore scolarizzazione abbiano un aumento di competitività non indifferente.

Andrea De Panizza – della Direzione centrale per lo sviluppo dell’informazione e della cultura statistica – ha fatto poi una sintesi dei dati più significativi. Anche lui è partito dall’Istruzione: “Il problema dell’Italia non è il grado di preparazione degli istruiti, ma quello dei non-istruiti. Rispetto ai non-istruiti di altri Paesi, il loro livello è particolarmente basso”.

A spiccare sono anche i risultati che indicano una sofferenza dei percorsi di conoscenza proposti dagli istituti professionali, rispetto ai buoni livelli dei licei. E una marcata differenza tra nord e sud, sempre in fatto di percorsi. Molto da rivedere pure per i dottorati, troppo deboli sul mercato del lavoro.

Per il resto, Andrea De Panizza ha presentato un quadro in cui non mancano le eccellenze – come nel settore degli apparecchi elettrici, nei trasporti, nella pelletteria – e un avanzamento generale comunque apprezzabile del nostro Paese. Il problema è che il miglioramento per molti ambiti non appare sistemico, bensì a macchia di leopardo, soprattutto nel settore imprenditoriale ed economico.

A chiudere gli interventi della prima parte è stata Maria Grazia Squicciarini dell’OECD – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – che ha parlato di quanto sia importante per uno Stato misurare la propria capacità di generare conoscenza con un rapporto di questo tipo. “Dovrebbe solo poter essere integrato a livello europeo”, ha concluso.

La seconda parte è stata dedicata ad una tavola rotonda coordinata dal Direttore di Radio 3, Marino Sinibaldi.
Elio Catania, Presidente di Confindustria digitale, ha parlato del deficit sistemico in formazione, ricerca e sviluppo che attanaglia le imprese. “Il motivo è che si sono capiti troppo tardi che i cambiamenti in atto sotto la spinta della modernizzazione tecnologica. Imponevano un ripensamento alla radice di tutte le attività economiche. Invece, si è pensato di continuare a fare le stesse attività di cinquanta anni fa, solo con nuovi mezzi”, ha spiegato.

Raffaele Lillo – del Team per la Trasformazione Digitale – ha parlato dello stesso problema nel settore della Pubblica Amministrazione. Anche in questo caso, il panorama è variegato. Ci sono molte differenze tra settori che stanno mettendo in campo progetti quasi pioneristici ed altri che faticano ad evolversi. E si ripropone il divario tra nord e sud, oltre a quello tra città e piccole realtà.

In chiusura, sono intervenuti l’editore Giuseppe Laterza, Monica Pratesi – Presidente della Società Italiana di Statistica – e Maria Savona, dell’Università del Sussex. La loro è stata una riflessine sull’elaborazione e trasmissione della cultura, sui consumi culturali, sulla necessità di una maturazione dei percorsi di conoscenza e su un’ineludibile alfabetizzazione statistica della popolazione.

L’Italia fa bene, dunque. Ma in alcuni settori c’è ancora molto da lavorare per raggiungere i livelli degli Stati più virtuosi.

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