India: un paese sospeso nella danza della vita

India: un paese sospeso nella danza della vita
Possiamo dirlo, finalmente, c’è l’India, una cavèa di tradizione, usi, costumi e spiritualità, di vita.
Lunedì 13 maggio alle ore 17.00, presso l’aula Riunioni 1 dell’ Edificio Marco Polo, è avvenuto l’incontro con Paromita Chakravarti, ospite della Sapienza nell’ambito dell’accordo bilaterale con Jadavpur University, Kolkata.
La docente ha affrontato nel primo appuntamento di un ciclo di tre conferenze, alcuni degli aspetti più significativi dello scenario socio-culturale dell’India nel periodo coloniale e post-coloniale tra cui la questione irrisolta riguardante la percezione delle donne, tema caldo degli ultimi 25 anni.
Secondo un sondaggio compiuto dalla Thomson Reuters, un importante strato della popolazione femminile indiana continua a vivere in una condizione di discriminazione e di inferiorità rispetto agli uomini.
La donna deve sposarsi, è il suo “compito”, i matrimoni sono stipulati dai genitori e gli sposi spesso sono scelti attraverso brevi trafiletti sui giornali. Molte famiglie per procurare alle figlie uno sposo che si rispetti devono sborsare come dote cifre superiori alle proprie possibilità, indebitandosi per intere generazioni. Non solo, accade che suocere e mariti, insoddisfatti della dote ricevuta, si sbarazzino delle mogli, simulando incidenti domestici, liberandosi così dal vincolo del matrimonio, altre volte, le giovani donne pongono fine alla loro vita per esasperazione.
Anche la religione non perdona. Il “Moska”, ovvero la salvezza che ogni anima ottiene sul cammino per la libertà, viene garantita soltanto in una seconda vita rinascendo uomo, a patto che sia stata una moglie devota.
Ciò è dovuto essenzialmente al sistema delle caste, nucleo della comunità indiana, un sistema in cui il singolo è correlato alla propria funzione e quando quest’ultima viene meno, l’individuo viene emarginato
se non addirittura estromesso dal contesto sociale. Tutti gli uomini sono custoditi dal corpo delle donne e per questo negare la condizione di femminilità significa negare se stessi.
E’ proprio quanto, ad esempio, ci racconta il film “Water- il coraggio di amare” del 2005 diretto da Deepa Mehta, un film crudo che racconta la condizione delle vedove che, con la morte del marito, perdono la loro ragion d’essere. Devono vivere negli Ashram, vere e proprie città in cui vengono emarginate e nelle si elevano in una dimensione mistica di ritualità e preghiera. Il sari diventa bianco, colore simbolo del lutto per la cultura indiana.
Breve sarà la riflessione sul senso del bianco, in una cultura così dualistica. In Occidente il colore delle nuvole posa sul candore delle spose e vestiva l’alba della scienza nelle scuole greche, eppure, tutt’oggi la morte in India veste di bianco. Ma per loro con la morte inizia la vita. Quindi scollegandoci dall’affetto fisiologico che nutriamo per la puntualità delle stagioni umane forse l’ottica induista diventa più comprensibile. Importante è il ritorno dell’acqua, oltre che come luogo di libertà e purificazione, essenzialmente come un fluire ritmato nel forte dripping della Festa dei Colori, rinascita speranzosa.
Di fatto l’India è una figura della vita: interrotta, crudele, incorerente e tante volte spietata. Altre volte respirata, spaziale, giusta, profondamente giusta. La domanda che tutti ci poniamo è come sia possibile aspettarsi nel campo della non violenza camminando sull’attuale strada sferrata. Sono gli obiettivi risolutivi che la nuova generazione dovrà porsi per tentare di scardinare questa macchia emotiva. Nelle culture orientali non esiste una netta distinzione tra “teatro” e “danza”. A tal proposito l’intervento su Bharata, il quale ci suggerisce l’idea che il teatro è un organismo, un teatro che porta in sé una vita. E defluisce questa vita di danza rappresentativa come il non arrendevole decorso del fiume verso l’Oceano: la danza è “sacra” come le acque native di una sorgente, replicative ed incessanti. Il continuo e grandioso ritorno dell’acqua, insieme alla figura dell’albero della vita, illustrano la relazione fra la struttura del dramma, la sua trama, gli stati emotivi, le emozioni e il gusto artistico: le esperienze emotive (rasa) sono le sorgenti (le radici) di tutti i modi espressivi (bhāva). E questi ultimi, a loro volta sono trasformati in rasa nel momento della percezione da parte dello spettatore (rasika).
Non basterebbe il respiro del tempo per scrivere di un paese così “oceanico”, contraddittorio,  nello stesso modo in cui di manifesta sublime. L’Anima-India si svela timida, come una sottana bianca abbandonata al vento dell’estate. Necessitiamo di quel binomio universale che regge le nostre esistenze, di quell’alternanza bilanciata di  morte e di vita, di quel mistero cosmico che ci circonda al quale cerchiamo ogni giorno da secoli di rubare qualche bagliore di verità. Ma nei mille perché e nell’improbabilità di spiegarceli tutti, ecco quel profumo potente dalla terra come un richiamo d’appartenenza, vellutata e morbida, al silenzioso risveglio di maggio.

 

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