Analizzare le differenti rappresentazioni dell’identità di genere nella quotidianità dei mezzi di comunicazione: questo l’obiettivo al centro della giornata di studio organizzata presso il Centro Congressi del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale, in cui sono stati presentati i risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio “Gemma – Gender and media matter” che, con la direzione scientifica di Milly Buonanno, si pone l’obiettivo di monitorare la presenza e la rappresentazione delle figure maschili e femminili all’interno del panorama mediale.
L’incontro, strutturato in quattro panel di discussione, informazione, intrattenimento, fiction e pubblicità, ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del mondo dell’informazione, della cultura e dell’università. Dopo i saluti istituzionali di Marisa Ferrari Occhionero, Delegata del Rettore alle Pari Opportunità e alle Politiche di genere dell’università La Sapienza di Roma che si è soffermata sul significato e la rilevanza dei gender studies all’interno della società contemporanea, l’apertura dei lavori è stata affidata a Milly Buonanno che ha presentato la ricerca realizzata attraverso il monitoraggio di una settimana di programmazione svolta su sei reti nazionali nella fascia oraria 8:00 – 24:00 per un campione complessivo composto da 672 ore di registrazione riguardanti talk show, quiz, fiction, pubblicità, programmi d’attualità, approfondimento e informazione. L’elemento dominante emerso nella rappresentazione di genere attraverso i media è una distribuzione asimmetrica dei ruoli maschili e femminili.
IL PRIMO PANEL - Nel corso dei Panel Informazione e Intrattenimento in cui sono intervenuti Claudia Polo, Marianna Famiglietti, Mihaela Gavrila, Angelo Passero e Sara Ritucci è stato messo in risalto come nel campo dell’informazione la dimensione di genere prevede una netta prevalenza della figura maschile a differenza dell’intrattenimento dove la figura femminile conquista una posizione prevalente.
LA PUBBLICITA' E LA FICTION - A seguire i Panel Fiction e Pubblicità: nel primo, in cui sono intervenuti Anna Lucia Natale, Giovanni Ciofalo e Fabio Corsini, attraverso un’analisi che ha coinvolto anche le fiction straniere e in cui si è rilevata una sostanziale equivalenza dei ruoli tra uomo e donna, è emerso come nelle fiction italiane è la figura femminile ad essere caratterizzata da una maggiore complessità e spesso da un ruolo subordinato a quello dell’uomo. Per quel che concerne, invece, lo scenario di genere nell’ambito della pubblicità, attraverso gli interventi di Franca Faccioli, Paola Panarese, Serena Fabrizio e Luisa Chiellino, si è cercato di mettere in luce se il ruolo sociale degli attori influisca sul contenuto del messaggio da diffondere e se l’immagine dei due generi dia o meno credibilità al messaggio stesso.
Dai risultati della ricerca (presentati in sequenza dai 4 panel) è scaturito un dibattito intitolato «Che "genere" di tv?».
"MASCHIOCENTRISMO" - Alla tavola rotonda presieduta e coordinata dalla professoressa Silvia Leonzi, sono intervenuti la sceneggiatrice Donatella Diamanti, l'autrice Simona Ercolani e il docente Adriano Zanacchi. Daniela Brancati ha firmato invece la chiosa della giornata.
Dalle testimonanze degli ospiti sono emersi spunti interessanti sulle riproposizioni televisive (pubblicitarie e non) dello stereotipo femminile: dalla donna "regina" del focolare domestico, si passa attraverso tante immagini e rappresentazioni, fino ad arrivare a quella ormai nota della donna-oggetto.
Il punto su cui tutti i relatori sembrano convergere riguarda il "Maschiocentrismo"inteso come adozione della prospettiva degli uomini nella definizione dei ruoli femminili nella televisione italiana. Questo atteggiamento caratterizza secondo Simona Ercolani tutte le azienda radiotelevisive del nostro Paese, comprese quelle come la RAI che, seppur guidate da una donna, sono condizionate a livello operativo da un centro decisionale prettamente maschile.
A conclusione della giornata di studio, la giornalista Daniela Brancati ha messo in risalto come gli stereotipi ricorrenti nella rappresentazione dell’identità di genere non siano del tutto negativi in quanto forniscono un territorio comune di comprensione.