Il busto di Silvio Pellico ritorna nell’edificio di via Ariosto

Il busto di Silvio Pellico ritorna nell’edificio di via Ariosto
      Intervista alla professoressa Loredana Di Lucchio

Il busto di Silvio Pellico, torna a via Ariosto, nella sede dell’attuale DIAG, Dipartimento di Ingegneria informatica, automatica e gestionale dell’ Università “La Sapienza” di Roma. Una mattinata tra arte, storia, letteratura e tecnologia, quella del 21 febbraio, giorno della cerimonia inaugurale e occasione per omaggiare l’autore de “Le mie prigioni”. 

Il nome di Pellico, illustre scrittore e letterato italiano, come presentato dalla professoressa Beatrice Alfonsetti, è legato indissolubilmente all’edificio di via Ariosto. Nata come scuola elementare “S. Pellico”, la struttura ha ospitato fino al 1992, il busto in bronzo dello scrittore. Nel 2002, in occasione di alcuni interventi di restaurazione dell’immobile, venne fuori che la statua era scomparsa, probabilmente in seguito ad un atto vandalico. 

Ad aprire la cerimonia, la professoressa Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università “La Sapienza” e la professoressa Tiziana Catarci, Direttrice del DIAG. L’idea di effettuare una stampa 3D dell’erma di Pellico collocata al Pincio e, riportare così, il busto nella sua collocazione storica, si è fatta strada durante il “Maker Faire” del 2014. La stampa è stata realizzata dal “Sapienza Design Factory”, laboratorio multidisciplinare attivo dal 2012. Come illustrato dalla coordinatrice scientifica del laboratorio, la professoressa Loredana Di Lucchio, il processo operativo ha visto il coinvolgimento di numerosi studenti dell’università. 

La scelta della data non è stata casuale, come ha ricordato il professore Gianni Di Pillo durante il suo intervento. Il 21 febbraio 1822, a Venezia, venne letta pubblicamente la sentenza del celebre processo Maroncelli-Pellico. I due imputati furono condannati alla pena di morte dall’Impero austriaco per cospirazione. La pena, poi fu commutata e Pellico scontò quindici anni di carcere duro nella fortezza austriaca dello Spielberg. La lunga reclusione ispirò la sua opera più celebre, “Le mie prigioni”. 

 

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