Il giornalismo oltre confine: l’appassionato racconto di Mimosa Martini

Il giornalismo oltre confine: l’appassionato racconto di Mimosa Martini

Il lilla che si scorge tra le sue ciocche gioca a fare da specchio alla luce che le sue pupille attente rimandano: Mimosa Martini è una narratrice appassionata e, i suoi racconti dettagliati e calorosi, fanno quasi dimenticare che, a regalarci le sue parole, dall’altro lato della cattedra, c’è una scrittrice, giornalista e inviata, la cui fitta e internazionale carriera non necessita di banali elenchi di presentazioni. La Martini, non a caso, dall’altra parte della cattedra non vuole starci e si rivolge entusiasta agli studenti.

 

 

Mimosa Martini

 

“Oggi faremo un giro nel mondo attraverso le parole”: si apre così, al CoRiS, la lezione evento del 02 maggio, tenutasi nell’ambito della cattedra di Giornalismo radiotelevisivo. E, se il titolo dell’evento -“Il giornalismo oltre confine – Le crisi internazionali raccontate dal fronte” – lasciava presagire un approccio più banalmente professionale e asettico, quello che è emerso dal dibattito è la potenza dell’essere in grado di “raccontare” attraverso i fatti.
“Il giornalista è un narratore, non un romanziere. Il suo compito non è semplicemente raccontare i fatti, ma farne sentire gli odori, i sapori, le emozioni”: le frasi sono concise, dirette e pregne di significato. Si parla di Afghanistan, Iraq, Egitto: il mondo intero si rimpicciolisce nell’analisi dei conflitti internazionali che, con sfumature diverse, richiedono tutti lo stesso diktat. Essere, necessariamente, attenti e curiosi. Il racconto di aneddoti emblematici si intreccia alla spiegazione di quelli che sono i reali pericoli di un professionista dell’informazione che sceglie di percorrere la strada dell’inviato di guerra: ponderare audacia e slancio, tenere ben presente che si diventa potenziale merce di scambio, bottino appetibile per ogni forma di ricatto. Anche in un’aula universitaria, d’improvviso, si riesce a percepire l’adrenalina del vivere al fronte, la paura di stare in guardia e la curiosità che, per l’ennesima volta, addormenta ogni timore e riaccende la voglia di “andare a vedere con i propri occhi”.

 

L’attenzione è rivolta non solo ai pericoli ma, soprattutto, ai doveri del giornalista: non limitarsi alla cronaca dei fatti ma fornire contestualizzazione, approfondimento.

“La minuzia dei particolari e della cronaca è inutile se non si spiega il perché e i per come”: il racconto della guerra è una narrazione in divenire, che muta con il mutare dei conflitti. Il riferimento è alla Siria, all’obiettiva difficoltà di coprire la cronaca dei fatti di una zona così complessa e agli ostacoli concreti imposti ai giornalisti per accedervi. Si passa dunque a discutere delle potenzialità del citizen journalism: il cosiddetto “giornalismo dal basso” che, attraverso l’immediato utilizzo di strumenti di condivisione online, permette agli stessi cittadini di sostituirsi al ruolo dei professionisti dell’informazione e lanciare la notizia con una tempestività che, in tempi altri, era privilegio delle grandi agenzie. Tuttavia, l’inviato di guerra, rimane una figura professionale di assoluta importanza e utilità: a differenza del cittadino che può “improvvisarsi” reporter, “l’inviato conosce la propria testata, la tipologia di informazione a cui si interessa e, soprattutto, conosce il suo pubblico e cosa esso desideri sapere”. La tecnologia è, dunque, una potenzialità indiscutibile che necessita di essere ben utilizzata e, che siano i tasti dello smartphone o di una Olivetti, è il modo di raccontare a fare la differenza.

A spiegarlo, l’intervista di seguito a Mimosa Martini.

Nicoletta Labarile

 

      Intervista a Mimosa Martini

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