Erdogan sulla via di Damasco e la cieca Europa

Erdogan sulla via di Damasco e la cieca Europa

Era il 2016 quando L’Unione Europea, si lavò le mani del destino di migliaia di profughi, stringendo quelle di Erdogan e inaugurando una nuova fase di storia diplomatica di cui subiamo oggi le nefaste conseguenze , con annessa vergogna. Stando a quanto fu concordato, furono ripromessi 6 miliardi di euro all’affidabile controparte turca, affinché provvedesse all’assistenza umanitaria del flusso di rifugiati  in viaggio sulla rotta balcanica, ostruendo il loro tanto disprezzato ingresso sul territorio comunitario. La ratio del patto è piuttosto intuitiva. Fondamentalmente le istituzioni europee confidavano in una radicale conversione interiore del leader turco, sul modello di San Paolo sulla via di Damasco, auspicando che dopo le alte prestazioni di autoritarismo da manuale, avrebbe adempiuto con diligenza e sincero attivismo al rispetto dei diritti umani. Fatto sta che oltre alle discutibili prospettive sostanziali dell’accordo, questo risulta particolarmente opinabile anche sotto il profilo formale. Infatti il patto euro-turco, che la stampa più educata definisce controverso e la politica con fantasia chiama dichiarazione congiunta, non è stato approvato secondo l’iter normativo comunitario in materia di trattati e, in più, avrebbe infranto alcune disposizioni internazionali in merito al diritto di asilo.

Con tali preoccupanti presupposti e la costante cecità internazionale di fronte il massacro del popolo curdo, siamo tristemente giunti al 2020. Dopo quattro lunghi anni, mentre il mondo intero cerca disperatamente l’immunità dal corona virus, Erdogan, purtroppo, ha avuto una terribile ricaduta del morbo della tirannide sanguinaria e ha deciso di far merce della pelle di migliaia di profughi, per i propri interessi geopolitici. Infatti dopo la morte di 36 soldati turchi nel nord ovest della Siria, il leader di Ankara, lamenta di essere stato abbandonato dal sostegno europeo contro le forze governative siriane, alleate alla Russia. Lancia dunque un vero e proprio ultimatum: se non saranno esaudite le sue richieste, lascerà aperte le proprie frontiere, permettendo a migliaia di profughi di raggiungere il confine con Grecia e Bulgaria lungo la rotta balcanica.  L’Europa questa volta non può giocare a Ponzio pilato e faccia a faccia con il problema, ha avuto anche lei l’illuminazione divina, non tardando più a condannare Erdogan come crudele nemico dei diritti dell’uomo. Purtroppo tale presa di coscienza arriva forse troppo tardi, quando l’ONU ha già contato centinaia di migliaia di migranti in viaggio o respinti da divise antisommossa e gas lacrimogeni alle porte della democratica Europa. Indubbiamente la pressione migratoria aumenterà, secondo le minacce di Erdogan si arriveranno a contare addirittura milioni di richiedenti asilo e per ora i confini sono violentemente blindati per donne, uomini e bambini che in alternativa tentano di approdare in Europa, azzardando la fuga via mare. I presidenti di Commissione Ue, Parlamento europeo e Consiglio europeo, Ursula von der Leyen, David Sassoli e Charles Michel oggi, 3 marzo, visiteranno la frontiera tra Grecia e Turchia con il premier greco Kyriakos Mitsotakis che ha intensificato i livelli di protezione dei confini. Inoltre domenica sera sempre Mitsotakis ha sospeso l’esame delle richieste di asilo invocando il comma 3 dell’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea per il quale «qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi», l’Unione può adottare speciali “misure temporanee” con una sua libera interpretazione di cosa si intenda per quest’ultime. Intanto i media turchi hanno annunciato un incontro tra Erdogan e Putin per il 5 marzo a Mosca. I possibili risvolti rimangono tragicamente incerti.

In ogni caso i tempi della diplomazia devono assolutamente accelerare perché la disperazione non attende e miete vittime che in un macabro silenzio sfilano sulle testate giornalistiche in una meccanica e fredda relazione dell’orrore. Come per il piccolo di 5 anni, affogato durante lo sbarco di fortuna tentato lungo le coste dell’isola di Lesbo. Non ci sarà quotidiano che non racconterà la tragedia, ma non ci sarà europeo che saprà il suo nome, la sua storia. Forse ci stiamo abituando alla morte, o meglio alla morte di quei tanti nati nell’angolo di mondo disgraziato dove rimanere è un suicidio. Tuttavia è evidente che cercare rifugio altrove, ormai, lo è altrettanto. A quanto pare la grande tradizione giuridica fondamento e vanto della politica europea si infrange e polverizza lungo i nostri confini militarizzati, dove oltre il filo spinato la vista si offusca ed essere uomini non basta per il diritto a una vita dignitosa. Le reminiscenze storiche che questo quadro evoca sono agghiaccianti e il monito Anna Shea di Amnesty International è allora inattaccabile: “smettetela di pagare altri paesi per fare il vostro lavoro sporco e lasciate che le persone si muovano in sicurezza»

Giulia Di Censi

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