Dall’Olocausto alla bioetica: le sfide ancora aperte

Dall’Olocausto alla bioetica: le sfide ancora aperte

“È importante che i giovani ascoltino, sentano e facciano tesoro”, queste le parole di Antonella Polimeni, Magnifica Rettrice dell’Università di Roma La Sapienza, intervenuta all’apertura della prima giornata del congresso internazionale svoltosi lunedì 22 novembre presso il Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo facciali. L’incontro “Holocaust, medicine and legacy. A multidisciplinary perspective for new historical, ethical and bioethical issues”, patrocinato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, dalla Fondazione Museo della Shoah, dalla Comunità Ebraica di Roma e dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, è stato moderato da Livia Ottolenghi, docente ordinario di Odontoiatria dell’università La Sapienza di Roma, la quale ha ricordato come, a seguito dei processi a Norimberga contro i criminali e i medici nazisti, sia nata la bioetica contemporanea e come, sulla scia delle riflessioni sorte da questi eventi e dalla consapevolezza che ne è  scaturita, l’Università La Sapienza abbia avviato nel 2008-2009 un progetto di didattica, ricerca e public engagement sui temi della medicina e della Shoah, che ha coinvolto nel tempo sempre più istituzioni di diversi settori della conoscenza. Il Professor Gaudio, docente del Dipartimento di scienze anatomiche, istologiche, medico legali e dell’apparato locomotore  -uno dei principali sostenitori del progetto- ha sottolineato l’importanza del patrimonio culturale come strumento fondamentale per poter trasmettere alle nuove generazioni la rilevanza della “rivisitazione culturale” e di alcuni valori come il riconoscimento dell’altro.

Il Prof. Dr. Volker Roelcke e la necessità di un ripensamento delle responsabilità dei medici in epoca nazista

La proposta di rivalutare le responsabilità della medicina in epoca nazista, anche alla luce degli attuali strumenti di analisi, è stato il punto cruciale dell’intervento del Prof. Dr. Volker Roelcke, docente di storia della medicina all’Università di Gießen, il quale ha sottolineato come l’idea dell’esistenza di “valori politici e morali nazisti” affermi l’intenzione di voler costruire una concezione che sposta la responsabilità delle atrocità dalla maggior parte dei medici, e dalla medicina in generale, alla sfera politica che si intende esterna alla medicina. Le evidenze storiche dimostrano -ha affermato il professor Roelcke- l’esistenza di un rapporto di reciproca e necessaria collaborazione tra la medicina e il regime nazista. Gli elementi fondamentali delle politiche naziste sulla salute, la società e la popolazione sono stati costruiti su idee e gerarchie di valori che esistevano in medicina ben prima dell’affermazione del regime nazista nel 1933. Le pubblicazioni di questi medici ed eugenisti, risalenti al 1920 e all’inizio degli anni ’30, mostrano come, secondo un atteggiamento paternalistico-autoritario, il benessere della popolazione, o della razza, fosse considerato prioritario rispetto ai diritti dell’individuo. Per Roelcke è necessario che i medici e le organizzazioni mediche attuali riconoscano la responsabilità delle atrocità commesse in medicina durante il periodo nazista e sostengano la ricerca per identificare le vittime e consentirne la commemorazione.

Paul Weindling e le ricerche sugli ebrei italiani

Dell’impegno da parte dello storico nel ricostruire la biografia delle vittime degli esperimenti della medicina in epoca nazista ha parlato anche il Professor Paul Weindling, storico della medicina, docente alla Oxford Brookes University, che ha introdotto il tema degli esperimenti medici sugli ebrei italiani.  Dai dati è emerso che dal settembre del 1943, circa 8600 ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz, che è divenuto in poco tempo il più grande centro di sperimentazione clinica. Le vittime italiane sottoposte agli esperimenti erano in gran parte donne. Oggi è possibile compiere un’analisi strutturale sulla base di numerose conoscenze biografiche grazie anche all’intervento di alcune associazioni e istituzioni che operano al fine di fornire la ricostruzione della storia di ogni singola vittima prima e dopo l’arresto; tra queste il progetto “La Nuova Memoria” dell’Università di Pisa, che ha lo scopo di preservare e divulgare le testimonianze dei figli e dei nipoti dei sopravvissuti ai campi di sterminio per le generazioni future.

La svolta razzista del fascismo

Il Professor Mario Toscano, che insegna storia dei movimenti e dei partiti politici presso la Facoltà di scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, ha espresso l’esigenza di definire un quadro storico di riferimento nella spiegazione di alcune scelte effettuate in epoca fascista. Tra il 1945 e il 1961, dal mondo politico, intellettuale e dall’opinione pubblica, si è verificata una certa reticenza ad ammettere che esistessero altre cause oltre a quelle che addossavano la colpa della silente accettazione delle leggi razziali da parte della società esclusivamente alle pressioni della Germania nazista, teoria che è stata superata nel corso del tempo. Il dibattito si è sviluppato in modo considerevole alla fine degli anni ’80, con nuovi contributi dal mondo scientifico, che hanno permesso la formulazione di teorie sul rapporto tra politica e scienza nella genesi del razzismo italiano. Anche in Italia si sono sviluppati dei movimenti nel mondo scientifico precedenti al fascismo, che hanno visto la partecipazione di numerosi settori scientifici, come l’antropologia e la medicina, che hanno instaurato un proficuo dibattito sull’eugenetica e che durante il fascismo, con il quale si è affermato in modo netto il primato della politica, si sono sviluppate. Non va trascurato, tuttavia, il peso della cultura cattolica che ha posto un freno all’avanzamento di teorie radicali in Italia. Queste discipline vengono attivate per iniziativa della politica e con l’atteggiamento degli scienziati delle diverse discipline nei confronti degli obiettivi del regime. “Il motore di queste scelte rimane sempre la politica e, in particolare, il vertice di questa politica”, sostiene il Professor Toscano.

L’intervista ad Andra e Tatiana Bucci

A conclusione della prima giornata del congresso si è assistito all’intervista da parte di Marco Caviglia, della Fondazione Museo della Shoah, alle superstiti Andra e Tatiana Bucci, con Mario De Simone. Dopo l’arresto, insieme al cugino Sergio De Simone, avvenuto in una sera di fine marzo del 1944, e il lungo e difficile viaggio verso Auschwitz, scambiate per gemelle, le due sorelle sono state sottoposte agli esperimenti condotti dal dottor Josef Mengele e liberate nel 1945 a seguito dell’arrivo dei sovietici. Dall’intervista sono emersi i tratti più crudi dell’esperienza della deportazione nel Kinderblock di Auschwitz, come il rapporto, profondamente mutato, con la madre, anch’essa deportata, “noi non ci lasciavamo toccare dalla mamma perché la mamma era cambiata, fisicamente era cambiata; in fretta, non era più la nostra bella mamma elegante che noi conoscevamo così bene, era senza capelli, vestita male: ci faceva paura” -raccontano le sorelle Bucci-. Dal racconto è emersa anche l’amara speranza di chi ha dovuto fare i conti con il dolore della perdita: “mia madre voleva vivere in questa convinzione che mio fratello fosse ancora vivo”- dice Mario de Simone. Andra e Tatiana Bucci hanno, infine, sottolineato l’importanza del ruolo dei giovani nell’impedire che la storia si ripeta.

Il convegno si è concluso con un commento spontaneo, e quanto mai necessario, da parte del pubblico: ”grazie davvero per la vostra testimonianza. Mi dispiace molto che dopo tutto ciò che avete dovuto passare durante la vostra infanzia siate costretti ancora ad avere a che fare con persone che negano la storia. Grazie per aver sempre continuato a raccontare la vostra storia, grazie alle vostre testimonianze, a quelle di tutte le altre persone che hanno vissuto le stesse cose. Non sarò mai indifferente”.

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