Il cristianesimo come politica: il Professor Lettieri sulla democrazia e lo spettro della matrice ebraico-cristiana

Il cristianesimo come politica: il Professor Lettieri sulla democrazia e lo spettro della matrice ebraico-cristiana

Roma, 1 marzo 2022 – «Non vi è possibilità di riuscire a riflettere sulla nozione occidentale di politico e di democrazia senza cercare di indagare sul concetto di cristianesimo». Questa la premessa della tesi del Professor Gaetano Lettieri, docente di Storia del cristianesimo presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”. L’assunto proposto dal docente è stato presentato in occasione dell’incontro inserito all’interno delle attività del seminario permanente di Storia della filosofia del Dottorato in Filosofia, sul tema “Teologia politica e democrazia moderna”, svoltosi presso l’aula II di Villa Mirafiori.

Riprendendo l’opera di Jacques Derrida, il professor Lettieri ha rimarcato l’impossibilità di un’analisi efficiente dell’impianto politico se non si tiene conto della connessione, talvolta latente, tra struttura politica e presupposto teologico-politico delle democrazie secolarizzate. Il concetto di “teologia politica” ricorre per la prima volta nell’opera De civitate Dei di Sant’Agostino, il quale definisce, a partire dalle fonti storiche romane, lo stato romano come fondato sul rapporto con il sacro; secondo tale ipotesi l’elemento religioso è funzionale e non ontologico-naturale. L’intenzione agostiniana è quella di rovesciare il rapporto tra politico-pagano, teologicamente funzionale e religiosamente strumentale, e politico-cristiano fondato sull’esistenza del vero Dio che garantisce l’autentico popolo e l’autentica civitas che si compie nella trascendenza.

Nell’opera Politiche dell’amicizia, Derrida sostiene che la democrazia è un sistema politico che ha la forza di decostruirsi. In Le toucher, Jean-Luc Nancy, il filosofo pone l’accento sulla caratteristica del cristianesimo di farsi ispiratore culturale della decostruzione; la democrazia è, quindi, un valore politico assoluto, indecostruibile, tuttavia il suo attributo principale risiede nella forza di porsi come vero mettendosi perennemente in discussione in relazione a un’idea che la democrazia conserva: quella di giustizia, intesa come giustizia a venire. Alla base della struttura del rapporto tra identità politico-culturale, decostruzione e giustizia a venire, Derrida identifica la caratteristica cristiana del messianico, inteso come categoria fenomenologica, mentre il concetto di “a venire” ha una valenza escatologica. In Donare la morte, il filosofo afferma che è necessario pensare il politico non a partire dalla radice greco-romana, dominante in tutta la storia del pensiero politico fino ad oggi, ma a partire da una radice cristiana, di un cristianesimo a venire che non è mai accaduto.

Il dispositivo dialettico che vede coinvolti ebraismo e cristianesimo governa il dinamismo della cultura occidentale. La nozione occidentale di democrazia rimane nascostamente governata dai dispositivi cristiani attraverso alcune formule tratte dalle sacre scritture. Concetti come l’espressione evangelica «beati gli ultimi che saranno i primi» vengono attivati all’interno della tradizione ebraica e riattivati all’interno della tradizione apocalittica e protocristiana. Tutto questo avverrà in relazione alla resurrezione dei morti. Queste rappresentazioni, appartenenti a un mondo protocristiano, interno alla cultura occidentale, hanno subito un processo di secolarizzazione divenendo valori universali indipendenti dalla confessione religiosa delle democrazie liberali. È questo dispositivo del rovesciamento della catastrofe apocalittica, di tipo escatologico-messianico a rovesciare le relazioni gerarchiche dominanti, storiche e naturali. La democrazia eredita da questo dispositivo apocalittico la percezione delle figure della vittima, dell’escluso e dell’emarginato, come elementi che costituiscono il fondamento della comunità e della giustizia a venire.

Il dispositivo cristiano, che è escatologico, messianico e religioso, dunque decostruttivo è, al tempo stesso, costruttivo e potente. Ne Il grande inquisitore, Dostoevskij ci offre l’idea della teologia come garante di protezione, felicità e godimento, strumento che trasforma la società in una comunità di bambini «idioti e felici», mentre la figura di Gesù è una figura scomoda che «insegna all’uomo il rischio della libertà», e che ci fa assistere alla rottura della struttura identitaria del teologico-politico – ha affermato il Professor Lettieri. Il doppio dispositivo del teologico-politico, come garanzia della tenuta dell’ordine, coesiste con la dimensione spettrale del Gesù che appare e scompare e che nel gesto eversivo di misericordia porta a un’apertura all’interno del dispositivo stesso. Il fondamento della democrazia laica è quello della divinizzazione della vittima che, in termini politici, corrisponde all’assolutizzazione di essa: il potere deve sempre mettersi al servizio dell’ultimo.

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