Costruire una comunità globale: il “manifesto” di Mark Zuckerberg dalle venature utopiche

Costruire una comunità globale: il “manifesto” di Mark Zuckerberg dalle venature utopiche

Era il 1996 quando John Perry Barlow pubblicava online la sua ormai celebre “Dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio” (qui il testo integrale). A distanza di vent’anni, Mark Zuckerberg sembra in qualche modo ricalcare la vena utopica dei primi entusiasti pronostici sulle incredibili potenzialità della rete: il mondo e la Rete stessa sono, tuttavia, luoghi molto diversi ora, e l’incredibile diffusione delle “nuove” tecnologie della comunicazione non sembra aver prodotto, nella maggior parte dei casi, la nascita di una rinnovata consapevolezza politica. Zuckerberg offre allora un’idealistica quanto dettagliata visione del ruolo che Facebook può svolgere nell’attuale panorama politico internazionale, e lo fa partendo da un quesito molto chiaro: stiamo davvero costruendo il mondo in cui vogliamo vivere?

Non solo coltivare relazioni, ma “rendere il mondo più aperto e connesso” al fine di sviluppare “un’infrastruttura sociale” che permetta “di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi”: l’ambizione del social network più famoso del pianeta – chiaramente e marcatamente politica ancor prima che imprenditoriale – diventa allora quella di trovare soluzioni comuni e condivise a problemi che non possono essere risolti se non globalmente.

Quasi un vero e proprio manifesto, il lungo (forse troppo) post del CEO di Facebook (qui il testo integrale) sottolinea la valenza simbolica della piattaforma in un momento storico di crescente isolazionismo e ripiego nazionalista, e risponde a chi la chiama direttamente in causa nella lotta alla qualità dei contenuti diffusi online (clicca qui per approfondire il tema delle “fake news”), collegabile – a detta di qualcuno – proprio al revival populista delle attuali politiche occidentali.

Ed è proprio mentre Donald Trump punta il dito contro immigrazione ed accoglienza che Zuckenberg evidenzia la necessità di una comunità che sia “solidale, sicura, informata, inclusiva e civicamente partecipe” osservando che “oggi le nostre più grandi opportunità – come diffondere la prosperità e la libertà, promuovere la pace e la comprensione, sollevare le persone dalla povertà e far progredire la scienza – sono globali”. Oggi il progresso – conclude – “richiede che l’umanità si unisca non solo in città o nazioni, ma anche come comunità globale”.

Al di là del fascino visionario di simili scenari avveniristici , resta da comprendere quali siano – di fatto – le azioni che la piattaforma dovrebbe attuare per dare il via alla svolta partecipativa. Nella sua attuale configurazione, Facebook rappresenta già un indiscutibile e potentissimo connettore sociale; ciononostante esso sembra fondare le proprie dinamiche – nonché la sua stessa ragion d’essere – su processi di socializzazione preesistenti e consolidati, piuttosto che su una forma nuova di socialità di stampo planetario. Il limite – dunque – non è tecnico né tecnologico, ma culturale.

 

Ismaele Pugliese

 

 

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