Fuga di cervelli: i dati ci informano su un fenomeno in costante aumento

Fuga di cervelli: i dati ci informano su un fenomeno in costante aumento

Fuga di cervelli: emigrazione verso Paesi stranieri di persone di talento o alta specializzazione professionale, la quale dunque tira in ballo senza dubbio il cosiddetto  capitale umano. Questa in breve la definizione fornita dalla rete in merito a un fenomeno che in realtà si mostra caratterizzato da svariate sfumature.

Stando ai recenti dati Istat, la disoccupazione giovanile in Italia sarebbe nuovamente aumentata, toccando, nel Dicembre 2016, quota 40,1%; un dato certamente allarmante, il quale interessa nel particolare i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni, i quali incontrano serie difficoltà nel trovare un impiego. Tale situazione appare chiaramente come un motivo di frustrazione per la nuova generazione che, pur volendo molto spesso “abbandonare il nido” non riesce purtroppo a guadagnare la tanto attesa indipendenza economica.

Se proviamo a digitare su Google “trentenne suicida” compariranno sul nostro schermo innumerevoli risultati, ma, come di consueto, l’occhio cadrà inevitabilmente sul primo di questi. Ci imbattiamo così nella storia di Michele, già riportata dai vari media nazionali; Michele è un giovane di 30 anni che negli ultimi giorni dello scorso mese decide di togliersi la vita. Alla base di questo triste gesto una realtà comune a tanti ragazzi, ma che a lui proprio non va giù; colloqui su colloqui ai quali fa seguito sempre la stessa, medesima, risposta: NO. I genitori hanno deciso di far pubblicare sul Messaggero Veneto la lettera d’addio lasciata dal figlio, dalla quale emerge tutta l’amarezza di una generazione, come lui stesso la definisce, senza futuro.

È proprio la voglia di guadagnarsi quel futuro dignitoso che non ti fa alzare ogni mattina con la preoccupazione di non arrivare a fine mese o di non avere la possibilità di potersi costruire una famiglia, che spinge molti giovani ad andare all’estero, armati di voglia di fare e di mettersi finalmente in gioco. A conferma di questa tendenza ancora una volta i dati Istat del 2015, secondo i quali un laureato italiano su 20, a 4 anni della laurea, risulta risiedere all’estero. Sarebbero 14.000, infatti, i laureati che ogni anno decidono di trasferirsi oltreconfine, un dato che secondo i maggiori demografi, sarebbe per di più sottostimato, ma che appare ad ogni modo in continua crescita: dal 2011 il tasso di emigrazione all’estero è raddoppiato  dal 2,4 al 4,7%.

Procedendo nel fare uno screening di coloro che hanno deciso di  compiere questo passo importante, aiutati dai dati raccolti dalla Fondazione Migrantes per il “Rapporto Italiani nel Mondo 2016”, notiamo come l’ormai nota fuga di cervelli interessi soprattutto giovani dai 18 ai 34 anni, i quali vanno così a rappresentare un terzo del numero complessivo di italiani residenti all’estero. Le mete più ambite sembrerebbero essere Inghilterra, Argentina, Spagna e Brasile, Paesi nei quali, negli ultimi anni, si è verificata una vera e propria impennata della presenza di italiani. Tuttavia, la mobilità dei “millenials” è in realtà in continuo mutamento: analizzando i dati di uno studio condotto da Linkedin notiamo come il processo di migrazione dei cervelli sia andato gradualmente invertendosi. Si sta, quindi, affermando questa tendenza che vede giovani professionisti spostarsi dai continenti  tradizionalmente considerati più ricchi, quali Europa e Stati Uniti, verso i “nuovi Paesi ricchi”, ossia Emirati Arabi, Arabia Saudita e India; si registra anche un interessante spostamento verso Paesi che, pur presentando un’elevata complessità economica e sociale, stanno vivendo un’importante crescita economica arrivando così a rappresentare un centro di attrattiva: esempi  sono la Nigeria e il Sud Africa.

Addentrandoci all’interno della categoria dei giovani che decidono o di “spostarsi altrove”, soffermiamoci ora più nello specifico sui laureati. Ancora una volta i dati giungono in nostro aiuto; sappiamo così che la maggior parte di coloro che optano per la “fuga” provengono da università del Nord, nel particolare da facoltà scientifiche (fisica, matematica, ingegneria, informatica), oppure da lingue o studi internazionali. Si tratta di ex studenti che frequentemente si sono diplomati nei licei scientifici e hanno poi conseguito la laurea con lode e che spesso hanno preso parte al progetto Erasmus, il quale sembra dunque aver contribuito nel portare alla luce il loro spirito d’adattamento.

Uno studio si è poi occupato di analizzare le differenze tra il guadagno di 1163 italiani residenti all’estero a 4 anni della laurea e quelli che invece hanno deciso di restare, plasmandoli sulla base del costo della vita nelle varie aree geografiche prese in considerazione.  Ciò che emerge è più che preoccupante: il nostro Paese viene infatti “battuto” da gran parte degli Stati e dei Continenti. Il netto mensile di un laureato rimasto in Italia è pari a 1.816 euro, un nulla a confronto dei 2.135 dell’Europa meridionale e dei 2.248 dell’Europa settentrionale; la cifra appare poi in ulteriore aumento se ci si sposta verso i Paesi extra UE (Canada, Stati Uniti e Australia), dove il netto mensile risulta di 3.161 per arrivare infine alle “cifre esorbitanti” offerte dalle zone in via di sviluppo, dove si può arrivare a guadagnare fino a 5.097 euro. Ad ogni modo, la prospettiva di un reddito migliore non sembra essere l’unica motivazione in grado di indurre un neolaureato a trasferirsi altrove; all’estero infatti si hanno più possibilità di svolgere lavori maggiormente qualificati (+6,8%), e di avere in generale più opportunità di fare carriera (+21%).

Quest’emorragia di talenti, dunque, sembra configurarsi non tanto come una scelta in merito al partire, quanto piuttosto come un decisione sulla possibilità di restare.

 

Marika Catalani

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