PPP. In direzione ostinata e contraria.

PPP. In direzione ostinata e contraria.
Lunedì 2 novembre il centro congressi del dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale ha ospitato, in occasione del quarantesimo della morte di Pier Paolo Pasolini, un incontro centrato nella sua prima parte sulla figura e sull’opera del poeta e nella sua seconda parte sulla violenta morte del poeta e sui risvolti giudiziari e culturali che essa ha avuto.
Il dibattito è stato aperto e presentato dal prorettore agli Affari Generali Antonello Biagini che ha ribadito l’importanza di Pasolini come il simbolo di un intellettuale coraggioso nel tentare incursioni in campi, di rado, percepiti come contigui. Teatro, cinema, narrativa, poesia, saggistica. La smania di raccontare il mondo sporcandosi le mani fonda un’opera composita e civilmente impegnata.
Il primo panel, realizzato in collaborazione con Rai teche, ha visto l’acuto intervento di Arnaldo Colasanti, autore del documentario “Pasolini. Il corpo e la voce”, prodotto dalla Rai. I relatori Sandra Leonzi, Michele Prospero, Guido Vitiello (docenti del CoRis) han preso parola per commentare argutamente uno breve spezzone del documentario di Colasanti che è stato, in seguito, proiettato. Il secondo panel , con la partecipazione di Franca Leosini, autrice e conduttrice del programma in onda su Rai Tre “Storie Maledette”, ha avuto per argomento il “caso Pasolini” come modello di investigazione giornalistica. Ad affiancare in un accesso dibattito la dott.ssa Leosini si è avuta la partecipazione dei professori Christian Ruggiero, Fabio Tarzia, Giovanbattista Fatelli e dell’attore teatrale e di cinema Paolo Bonacelli, interprete di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ultimo capolavoro cinematografico di Pasolini.
C’è un dato di partenza innegabile: la letteratura contemporanea non può evitare di fare i conti con Pier Pasolini. Un’eredità ingombrante – a tratti scandalosa – come per anni hanno puntualizzato i suoi detrattori. Eppure, a quaranta anni dalla sua morte, all’Italia dei reality e della politica diventata talk-show, Pier Paolo Pasolini manca infinitamente.
Pasolini, intellettuale eretico, non aveva bisogno di ergersi a emblema dell’antiteticità al sistema. Proprio come raccontano le sue memorabili parole contro i “capelloni”, gli hippie nostrani.
“Che cosa dicevano questi loro capelli? Dicevano: “Noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche! Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l’Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati!”.
Borghesia e privilegio, sono state forse gli elementi chiave che hanno alimentato la poetica del Pasolini polemista. Questi è la ragione stessa di scritti furibondi e di parole accorate. Sarà il poeta stesso a chiarirlo durante un’intervista televisiva diventata cult: “Da cosa è stata caratterizzata in tutta questa mia produzione? In maniera assolutamente schematica e semplicistica, è stata caratterizzata, prima di tutto, da un istintivo e profondo odio per lo Stato. Odio contro lo Stato in cui vivo. Dico proprio Stato. Intendo di dire stato di cose e stato nel senso politico della parola. Lo stato capitalistico piccolo-borghese che io ho cominciato a odiare fin dall’infanzia. Naturalmente con l’odio non si fa nulla. E infatti non sono riuscito a scrivere mai una sola parola che descrivesse o si occupasse o denunciasse il tipo umano piccolo-borghese italiano. Il mio senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne. Quindi ho scritto nei miei romanzi soltanto di persone umili di personaggi appartenenti al popolo.”Il trasporto viscerale che, come si è visto, Pasolini avverte per il popolo, per la spontanea vitalità, per la sua innocenza incontaminata, è un elemento che va mutando sensibilmente nel corso degli anni Sessanta, quando inizia a farsi in strada in lui la dolorosa e intima consapevolezza del fatto che il boom economico e l’insaturarsi della civiltà dei consumi hanno inesorabilmente implicato la completa integrazione del sottoproletariato nel sistema sociale della borgesia. Il popolo, tanto amato da Pasolini, ormai privo di contrassegni che lo distinguano dal predominante mondo borghese, appare all’intellettuale come appiattito in un indifferenziato universo piccolo borghese e conformista. La produzione intellettuale pasoliniana di questi anni è, per tali ragioni, incentrata su un’accanita battaglia condotta nei confronti della società neocapitalistica dello sviluppo e del benessere e sulla formulazione di un esplicito atto di accusa rivolto alla classe dirigente, al ceto politico, il “Palazzo”, come egli lo definisce, al “nuovo fascismo consumistico” che punta all’omologazione brutalmente totalitaria del mondo e che, eliminando le differenze individuali compie, con ciò, il più clamoroso atto di negazione della libertà. Gli italiani tendono sempre più a uniformarsi e a borghesizzarsi, a diventare tutti dei consumatori, tutti uguali davanti al mercato tanto che essi culturalmente, psicologicamente, e quel che è più impressionante, fisicamente, sono interscambiabili. Coerentemente con questo discorso Pasolini elabora una serie di riflessioni e di giudizi negativi sul ruolo e la funzione che i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la televisione, svolgono nella società contemporanea. Stando a Pasolini la televisione è il più potente e sofisticato strumento di informazione e di persuasione al servizio del nuovo Potere, mediante la quale esso diffonde la nuova ideologia del consumismo, il nuovo modello esistenziale basato sull’edonismo, una cultura conformistica e pragmatica, livellata e appiattita, falsamente laica e tollerante. Il potere della televisione è quindi enorme: per mezzo dei programmi e della pubblicità essa influenza e orienta in maniera subdola e coercitiva milioni di elespettatori che, presi dall’ansia del consumo, si sentono spinti a obbedire a un ordine non pronunciato.La TV ha reso selvaggio e traumatico il processo di acculturzione, di omologazione e di unificazione degli italiani questo il perentorio e caustico giudizio pasoliniano – declinandolo nei termini di una progressiva e irreversibile disumanizzazione e determinando un vero e proprio “genocidio culturale”.
Questo imbarbarito contesto neocapitalistico destituisce di senso la figura dell’intellettuale tradizionale e umanista e determina una crisi della funzione della letteratura la quale, in un mondo ciecamente proteso al consumo e alla ricerca del piacere edonistico, in un mondo asservito alle logiche del mercato, in un mondo manipolizzato dalla potenza dei mezzi di comunicazioni di massa e dal nuovo Potere industriale e capitalistico che ne detiene il controllo, non può trovare più alcuno spazio. Di ciò si è esaustivamente discusso durante il primo panel che ha visto la viva presenza, inoltre, di numerosi studenti.
Dopo una breve pausa si passa al secondo panel: cambiano gli ospiti e i relatori.
Il professor Christian Ruggiero mostra uno spezzone del programma del 2005 “Ombre sul Giallo” dell’autrice e conduttrice Franca Leosini. 30 anni dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Pino Pelosi condannato per omicidio volontario ritratta la sua confessione, pubblicamente, in diretta tv. La verità giudiziaria viene smontata e l’opinione pubblica pretende la verità, vuol sapere i nomi di chi è stato a far tacere per sempre l’intellettuale più controverso della storia italiana. La Leosini ripercorre brevemente come è nata la sua conoscenza con il Pelosi, conosciuto nel carcere di Rebibbia nel 1994, fino ad arrivare all’intervista del 2005; si vuole riportare nella memoria comune la triste vicenda di Pasolini, che agli inizi degli anni 90 stava per cadere nel dimenticatoio portando con sè buchi, dubbi e segreti. Tante le incogruenze nell’inchiesta giudiziaria: Pelosi aveva solo un paio di piccole macchie sui vestiti , quando tutte le indicazioni testimoniavano una lotta cruenta e furiosa in un campo fangoso, come quello dell’Idroscalo di Ostia quella notte; la polizia effettuò investigazioni frettolose ed approssimative. Non rilevarono le impronte digitali nella zona intorno al corpo. La macchina di Pasolini venne lasciata per cinque giorni sotto la pioggia, compromettendo tutte le prove ed i segni sulla carrozzeria. Molte le teorie complottiste riguardo la morte del poeta. Si pensava poteva essere stato ucciso da fascisti ostili alla sua omosessualità. O da elementi interni del partito di governo – la Democrazia Cristiana – che aveva aspramente attaccato nell’articolo pubblicato su un giornale “Il Corriere della Sera” nel 1974 ( Cos’è questo golpe? Io so). O un’ipotesi molto più tetra lo collega invece alla “lotta di potere” di quegi anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Pasolini, infatti, si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana e ne fece, utilizzando degli alias, i personaggi “chiave” di Petrolio, il romanzo-inchiesta, uscito postumo nel 1992, al quale stava lavorando poco prima della morte.
I relatori e gli studenti presenti han dibattuto sulle varie ipotesi. Tuttavia le teorie cospirative non sembrano essere soluzioni assai coerenti e percorribili nella ricerca della verità, quel di cui si è certi è che quella fatidica notte tra il primo e il due novembre Pelosi, come poi affermato da lui in maniera controversa, non agì solo.
Ascolta l’intervista alla dott.ssa Franca Leosini:
      leosini
A distanza di quaranti anni, per amore di giustizia, la VERITA’non può più aspettare.
Nicoletta Petrillo

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