“Esclusi”: neoliberismo e colonialismo

“Esclusi”: neoliberismo e colonialismo
      Intervista a Lorenzo Veracini
      Intervista ad Enrico Bartolomei

“L’invasione di una terra per stabilirvi degli insediamenti non è un evento, ma una struttura”. Esordisce con queste parole Alessandra Ciattini, docente di Antropologia Religiosa a La Sapienza di Roma e moderatrice della presentazione di Esclusi. La globalizzazione neoliberista del colonialismo di insediamento. Il testo, una raccolta di saggi edito da DeriveApprodi, è stato curato da Diana Carminati, docente all’università di Torino, Enrico Bartolomei, studioso del pensiero arabo contemporaneo e di storia della resistenza palestinese attivo all’Università di Macerata, e Alfredo Tradardi, coordinatore di ISM (International Solidarity Movement) Italia. Esclusi, come afferma quest’ultimo, “copre un vuoto nella pubblicistica italiana, è un testo di cui il mondo accademico aveva bisogno”.

Nato da una riflessione, racconta Enrico Bartolomei, sulla questione palestinese e sulla segregazione dei nativi, il testo stabilisce una relazione di stretta continuità tra i popoli indigeni esposti all’assalto del colonialismo e gli espulsi dal circuito produttivo del capitalismo neoliberista. Entrambi sono surplus, popolazioni superflue da liquidare. L’eliminazione dei nativi prosegue infatti oggi nella forma dell’accumulazione per espropriazione del neoliberismo. Strumento tecnico di osservazione e comprensione sono le analisi comparate, che il saggio utilizza diffusamente per evitare una visione episodica del fenomeno, spostando invece l’accento sulla sistematicità del processo. Nascendo da una riflessione su di essa, in Esclusi la questione palestinese è centrale e viene affrontata considerando la natura dello scontro che ne è a fondamento: non tra nazionalisti, gruppi confessionali o gruppi etnici, ma legata al carattere coloniale del Sionismo. La risposta individuata dai curatori in merito al problema non consiste perciò in una spartizione territoriale, ma in una problematizzazione delle basi dello stato israeliano, che deve sfociare in una lotta per la formazione di un unico stato non confessionale.

In cosa consista il colonialismo di insediamento lo spiega Enrico Bartolomei: “Un trasferimento di massa di persone nelle colonie, differente dal colonialismo classico che invece si limita a stabilire una forma di dominio esterno”. Il colonialismo d’insediamento non ha scopi coabitativi e pretende l’esclusività, di qui le soluzioni applicate alla popolazione indigena: segregazione, eliminazione o espulsione. Tendenzialmente, sottolinea il curatore, i coloni puntano successivamente a rivendicare la propria indipendenza dalla madrepatria, come nel caso degli USA, ma bisogna specificare che “l’indipendenza delle colonie non corrisponde a un principio di autodeterminazione dei popoli nativi”.

Tre i miti sfatati dal saggio, che punta in questo modo a inquadrare correttamente il problema e a individuare soluzioni adeguate: il mito della terra vergine, senza un popolo, pronta ad accogliere invece un popolo senza terra; il mito delle popolazioni native strutturalmente nomadi, costruito per rendere giustificabile l’appropriazione territoriale; e infine il mito dell’eccezionalismo storico, con conseguente riaffermazione del destino manifesto e del ruolo civilizzatore dei coloni.

Lorenzo Veracini, docente di Storia e Politica all’Institute for Social Research della Swinburne University di Melbourne, aggiunge che “immigrati e setter si muovono nello spazio in maniera diversa. Il primo carico di negatività, il secondo di positività: il setter lascia il nulla dietro di sé, e ha solo una nuova vita da costruire”. Veracini prosegue poi analizzando la logica dell’eliminazione e dello sfruttamento: è quando la prima non funziona che si rende necessario un regime di apartheid, una divisione in grado di rafforzare le logiche di sfruttamento.

Per ultima interviene Flavia Donati, psichiatra e psicanalista, che affronta il problema con un taglio nettamente diverso, comparando e sottolineando la similarità delle condizioni psicofisiche degli esclusi del capitalismo e del colonialismo: in entrambi i casi, infatti, la condizione di povertà e disuguaglianze genera un sostanziale disinteresse per la cura del sé, con conseguente peggioramento della salute. Tira le fila del discorso Alessandra Ciattini, ricordando che, in linea generale, il testo giunge a una conclusione in cui l’alleanza tra gli esclusi, nativi e proletari, è individuata come l’unica modalità per portare avanti un progetto comune di resistenza.

Eleonora Artese

Dario Germani

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